
Da Giffone in Calabria a Fino Mornasco nel Comasco, al Ticino e al Canton San Gallo in Svizzera. È questa la nuova rotta dell’emigrazione ndranghetista tracciata dall’inchiesta che ha portato a 104 arresti in Italia e sei in Svizzera nelle scorse ore. E le intercettazioni ambientali raccontano anche il perché molti appartenenti alle ndrine scegliessero il nostro paese per trasferirsi: “Si sta bene in Svizzera, in Italia ci hanno rovinati”, si sente dire a un intercettato.
“Le province confinanti sono un territorio delicato”
A confermare la percezione di immunità dei presunti appartenenti all’ndrangheta è la stessa procuratrice aggiunta Alessandra Dolci, capa della Direzione distrettuale antimafia di Milano, che ha guidato il filone milanese dell’inchiesta, da noi raggiunta. “Sottolineavano che in Svizzera si sentono più al sicuro da azioni investigative, ma soprattutto da eventuali procedimenti penali proprio perché in Svizzera non è presente un reato corrispondente al nostro 416bis”. Questo porta quindi gli inquirenti a tenere d’occhio le zone sul confine. “Le province confinanti sono un territorio delicato”, ci spiega Dolci, “che favorisce la trasmigrazione e anche il semplice transito di questi soggetti che secondo noi sono appartenenti all’ndrangheta. Quindi sono province da tenere molto monitorate, proprio in considerazione delle riflessione che fanno gli stessi indagati, che dicono tra loro: meglio che stiamo in Svizzera perché lì corriamo meno rischi”. Meno rischi e più soldi, nelle intercettazioni infatti, si parla anche delle auto di lusso che molti ndranghetisti possono permessi, pur essendo emigrati in Svizzera senza soldi.
L’arresto di un momò
Tra le persone coinvolte nell’inchiesta vi sono, come ha comunicato il Ministero pubblico della Confederazione, anche sei svizzeri. Non sono ancora note le loro identità. Nell’incarto, però, è presente un quarantenne residente nel Mendrisiotto. Il primo giugno del 2020 è stato arrestato in Italia per detenzione di oltre 421 chilogrammi di marijuana all’interno di un negozio. In Ticino dalla nascita, titolare, stando al registro di commercio, di una ditta che commercia in “prodotti vegetali e non”, l’uomo è stato arrestato in compagnia di un albanese.
Droga dall’Italia, armi dalla Svizzera
E proprio sul traffico di droga si concentra l’inchiesta italiana, ma non solo. “Si tratta di persone originarie del comune di Giffone insediate nel comasco, in particolare nella zona di Fino Mornasco”, ci racconta Dolci, “che avevano collegamenti con corregionali che invece sono stabilmente presidenti in territorio svizzero. Si tratta di soggetti dediti al traffico di stupefacenti, all’importazione di armi in Italia dalla Svizzera e che, secondo la nostra prospettazione, sono appartenenti all’ndrangheta”, aggiunge la procuratrice, ricordando comunque la presunzione di non colpevolezza. Ma quali armi?
Whatsapp con Ak47 e panetti di droga
“Si tratta di armi corte. Sono ovviamente elementi che noi abbiamo tratto da conversazioni telefoniche e ambientali, perché queste armi poi non le abbiamo sequestrate”, ci ha spiegato la procuratrice Dolci. Nell’incarto dell’inchiesta, che siamo riusciti a leggere, si vedono anche scambi su Whatsapp tra gli indagati, con tanto di immagini a corredo. I presunti ndranghetisti si accordano sull’acquisto di fucili d’assalto, come Ak47 o “M piccoli” e droga. I panetti di droga riportano sempre dei simboli legati ai trafficanti. Si vedono simboli massonici, illustrazioni di vario tipo, ma anche un panetto che riporta la sigla “CH”.
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