
Alla fine ha prevalso il «Sì». Il Gran Consiglio, dopo un lungo dibattito, ha deciso di approvare con 59 voti favorevoli e 22 contrari la revisione di legge di polizia. Luce verde anche all'emendamento di Commissione per demandare il trasporto intercantonale dei detenuti alle ditte di sicurezza e a quello dei Verdi per le perquisizioni di polizia: le donne alle donne, gli uomini agli uomini. Una revisione che più volte è stata presentata non solo come un adeguamento normativo, ma anche come una riflessione su che tipo di polizia deve operare in uno stato democratico. Anche per questo, nonostante un unico rapporto ed un’ampia maggioranza a suo favore, il tema non ha mancato di far discutere. Anzi, dopo l’intervento del responsabile politico della polizia, Claudio Zali, in aula si è sollevato un vero e proprio polverone. «I destinatari», ha detto il consigliere di Stato riferendosi al capitolo della Legge dedicato alla "Gestione cantonale delle minacce", «sono dunque persone che mostrano un comportamento e intenzioni che lasciano presupporre una predisposizione a commettere violenza verso terzi e che sono suscettibili di mettere gravemente a rischio l'integrità fisica, psichica, sessuale o sociale di terzi. Persone che tuttavia non hanno ancora commesso reati, né che costituiscono ancora un pericolo concreto per la collettività, ma solo potenziale. Questo a discrezione di chi è preposto alla valutazione di questi soggetti. Per svolgere queste indagini preventive è necessario raccogliere dati al riguardo di queste persone (...) Tra questi dati, ve ne sono di quelli che la legislazione in materia di protezione dei dati dichiara meritevoli di particolare attenzione. Non ho detto queste cose per inquietare nessuno, probabilmente sono io a farmi problemi, ma ribadisco che l'approvazione di queste norme presuppone una grande fiducia nel sistema che sarà chiamato ad applicarle, il che depone a favore del valore nelle nostre istituzioni. La differenza, come sempre, la faranno e la fanno le persone, molto più delle leggi».
Un intervento che, come scritto, ha sollevato un polverone e molti dubbi, anche perché la stessa sinistra aveva sollevato perplessità e timori sul rispetto dei diritti costituzionali. Inoltre, è stato necessario interrompere la seduta per far riunire sia la Commissione giustizia e diritti, sia i gruppi. «Alla luce delle informazioni date in aula, chiediamo un ritorno in Commissione con, da parte nostra, la promessa di arrivare con una 'soluzione' per la prossima seduta», ha detto Ivo Durisch (PS). «Se trovate normale tutta questa discussione per una cosa che era stata firmata a larga maggioranza dalla Commissione giustizia e diritti, giudicate voi», ha affermato Marco Noi (Verdi). Il rapporto, ha spiegato Matteo Quadranti (PLR), «è stato sottoposto anche al Dipartimento e non è stata segnalata alcuna criticità». Fiorenzo Dadò (Centro) ha invece invitato a «tirare dritti», mentre Boris Bignasca (Lega dei Ticinesi), ha detto di «non credere nelle riforme perfette, ma in quelle migliori possibili. Sono sicuro che in Commissione il Consiglio di Stato abbia lavorato in questo senso». Per Alain Bühler (UDC), infine, «il Governo approva, quindi lo facciamo anche noi».
La posta in gioco
La maggioranza di centro destra ha dunque deciso di andare avanti. Ma quindi qual era la posta in gioco oggi? «Centrali in questa legge sono sussidiarietà e flessibilità, eliminando il superfluo», ha spiegato in aula Tiziano Zanetti (PLR), co-relatore del rapporto. «Particolare attenzione è stata data alla focalizzazione sui diritti. Alleggerire non ha significato togliere tutele, ma concentrare il testo su ciò che conta davvero. Il capitolo sulla gestione delle minacce lo riteniamo centrale. Questo nuovo capitolo normativo formalizza procedure già testate sul campo, ora dotate di strumenti giuridici più incisivi per l'analisi proattiva del rischio. L'obiettivo quindi non è solo reprimere il reato commesso, ma la prevenzione per intervenire prima che la violenza esploda, recando dei danni alle persone e al contesto sociale.
La posizione della sinistra
«Temiamo che si stia consolidando una vocazione puramente repressiva delle forze dell'ordine a scapito delle garanzie dei cittadini e del ruolo dello Stato«, ha detto la socialista Daria Lepori durante il suo intervento. «In primo luogo la legge sembra trascurare il valore della prevenzione nella sua valenza e portata globale. In secondo luogo siamo preoccupati per la gestione cantonale delle minacce: non possiamo accettare che si agisca sulla base di sospetti piuttosto che di fatti accertati. Anche le misure relative all'allontanamento o al controllo delle manifestazioni destano allarme. La formulazione generica di questi articoli potrebbe portare a limitazioni della libertà di espressione e di riunione, diritti costituzionali che devono rimanere intangibili».

