
Acquistare o non acquistare dei nuovi caccia: questo è il dilemma che, verosimilmente, l’anno prossimo sarà di nuovo sottoposto al popolo svizzero. Dopo gli Stati, ieri in serata anche il Nazionale ha detto sì ai 6 miliardi per sostituire gli F/A-18 e gli F-5, giunti quasi al termine del loro ciclo di vita. Per la maggioranza: un passo necessario per la sicurezza del paese. Inutile e costoso per la sinistra ed il Gruppo per una Svizzera senza Esercito(GSsE).
“Essere neutrali e indipendenti non vuol dire essere senza difese. L’aviazione militare ha un suo perché, è fondamentale anche per proteggere la nostra popolazione” ha dichiarato Marco Passalia, economista e deputato PPD, ai microfoni di TeleTicino. Per contro, Laura Riget, deputata del Partito Socialista e segretaria del GSsE afferma che “secondo noi la più grande minaccia per la Svizzera non è certo l’invasione di eserciti stranieri ma la sicurezza sociale da una parte (povertà e dumping salariale), e l’emergenza climatica dall’altra. Quindi siamo pronti a lanciare il referendum”.
Inoltre, la deputata progressista sottolinea che olter ai 6 miliardi per l’acquisto ci sono altri miliardi in gioco. “Una ricerca della NZZ parla di 24 miliardi per l’intera durata di vita con i costi di manutenzione” ha spiegato la Riget e ha aggiunto “sono soldi che mancheranno nella formazione, nella socialità e nel cambiamento climatico”.
Ma il Passalia afferma che “chi ragiona così ragiona solo in termini di costi e non di investimento, che va spalmato su 25-30 anni”. Inoltre, aggiunge il deputato PPD, “gli aerei saranno prodotti all’estero ma ci saranno dei mandati con aziende svizzere”. Sul tavolo ci sono quattro modelli, prodotti in Germania, Francia e Stati Uniti e saranno valutati solo dopo l’eventuale voto popolare.In merito alla scelta Passaglia dice che la competenza ce l’hanno gli esperti, “sapranno valutare al meglio”.
Se il referendum dovesse fare centro sarà però il popolo svizzero a decidere sul principio, a pochi anni dalla bocciatura dei Gripen. Un tema che alla fine porta ad interrogarsi sul futuro stesso dell’Esercito e sui posti di lavoro che garantisce. “Penso che ci siano posti molto più sensati che si possono creare con quei 6, rispettivamente, 24 miliardi” ha concluso Laura Riget.
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