
Processo movimentato oggi a Lugano per la rissa del 21 ottobre 2017 all’esterno della discoteca Blu Martini di Lugano. Alla sbarra uno svizzero di origine serba e tre cubani, accusati di tentato omicidio intenzionale e svariati altri reati.
La mattinata infatti é stata contraddistinta dalle intemperanze del pubblico, che non ha risparmiato commenti e mimiche sopra le righe durante il dibattimento. Agitazione che ha costretto il giudice Mauro Ermani a sospendere il processo per alcune ore quando una spettatrice ha cercato di intervenire a più riprese.
Nel pomeriggio, con l’aula presidiata dalla polizia e con il pubblico controllato all’entrata, il processo ha potuto finalmente trattare i fatti. Concentrandosi sulla preparazione del regolamento di conti, dopo che il fratello di un imputato era stato vittima di un pestaggio la settimana prima.
Alla sbarra un 24enne svizzero di origine serba e tre cubani, due residenti in Ticino, di 24 e 26 anni, è uno residente a Como, 46enne. Lo svizzero si è procurato una pistola a Ponte Chiasso qualche giorno prima dei fatti. Arma che sarà ritrovata a gennaio 2018, sotterrata in Via Sottopenz a Chiasso.
I quattro, accompagnati da altre sue persone (uno ricercato e l’altro che dovrà rispondere alla giustizia per altri fatti analoghi), il 21 ottobre 2017 sono andati al Blu Martini per incontrare il gruppo di albanesi e chiarire i contorni del pestaggio.
Ben presto le cose sono degenerate e sono spuntati due coltelli. Lo svizzero di origine serba è stato accoltellato a una coscia, proprio dove aveva tatuata la bandiera del paese dei suoi genitori. Mentre il 46enne cubano ha ferito, con una lama di circa 15 centimetri, due albanesi, provocando a uno di questi delle ferite potenzialmente letali al collo. Da qui l’imputazione di tentato omicidio intenzionale per tutti e quattro.
Alle domande del giudice Mauro Ermani e del procuratore Moreno Capella, le risposte dei quattro sono risultate piuttosto evasive. Ritengono di essersi solo difesi e di aver usato il coltello solo una volta a terra. Mentre la pistola, hanno detto, era un “supporto psicologico”. Ad aggravare la loro posizione, però, il fatto che anche mesi dopo quando è stata ritrovata avesse ancora il colpo in canna.
Come più volte ripetuto in aula, i fatti hanno numerose analogie con quelle che portarono al tragico omicidio di via Odescalchi. Con l’esasperazione di sciocchi litigi e un climax di aggressività e violenza.
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