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Ticino
La paura di tornare alla normalità
Marina Lang, psicologa della Polizia Cantonale. Foto CdT/Reguzzi
Marina Lang, psicologa della Polizia Cantonale. Foto CdT/Reguzzi
Redazione
6 anni fa
La psicologa della Polizia cantonale rivela come molti ticinesi si rivolgano all’hotline per disturbi legati alla sindrome della capanna

Il Cantone nelle fasi critiche della pandemia ha messo in piedi una hotline di supporto psicologico per la popolazione. Un servizio importante che è stato molto gettonato: “Abbiamo superato le 270 richieste di supporto psicologico”, ha spiegato la psicologa della Polizia cantonale Marina Lang nel corso del TgSpeciale di TeleTicino. Ma se le preoccupazioni di chi alzava il telefono nei mesi scorsi erano legati proprio al coronavirus e al dolore che ha portato nella nostra società, oggi che i numeri del contagio si sono assestati su livelli decisamente migliori, anche le paure sono cambiate. Tanto che il Cantone ha pubblicato una guida al benessere mentale per la fase due che trovate a questo link.

Quali sono le principali preoccupazioni oggi, sono cambiate rispetto ai momenti caldi della pandemia?

“Sono variate molto, oggi assistiamo addirittura a quella che è definita la sindrome della capanna. Assistiamo a situazioni di malessere di persone che di fronte a una routine che dovrebbe riprendere, a una normalità che si affaccia, si dicono ‘quasi quasi mi sento meglio, più protetto a casa’. È una condizione psicologica che conosciamo, di cui la letteratura parla, vediamo che alcune persone chiamano confrontate con questo genere di malessere. È interessante assistere a questa tipologia di problematica, che tocca anche quelle persone che durante il lockdown hanno vissuto una condizione confortevole. Quelli che hanno saputo reagire adattandosi alla circostanza e vivendo anche dei momenti anche di intimità in famiglia e quindi hanno approfittato di questa situazione”.

Cosa consigliate in questi casi?

Di per sé, quel sentimento di paura e di malessere di fronte al riprendere le attività della societànon sono da connotare negativamente, la paura non per forza è negativa. Lo diventa se da una sensazione che ti spinge alla prudenza diventa una paralisi. In quel caso significa che serve un sostegno per andare oltre. Ma finché questa sensazione si traduce in prudenza, è sana e diventa anche strutturante per riprendere con la vita di tutti i giorni. Si tratta proprio di calibrare e capire fino a che punto non paralizza. Sappiamo che se il malessere persiste oltre le tre settimane sarebbe il caso di consultare anche degli specialisti.

Quanto la miriade di notizie, spesso discordanti, sul Covid-19, hanno influito negativamente nel processo d’uscita da questa capanna?

È una cosa che vediamo adesso, probabilmente nella fase più acuta non ce ne siamo resi conto. Eravamo travolti dalle informazioni e dagli eventi, si annaspava, si cercava di restare a galla in mezzo a tutte queste informazioni. Oggi ci rendiamo conto, le bocce si stanno un po’ fermando e riesce ad affiorare tutta questa confusione. Per noi psicologi questa è una fase particolarmente interessante, perché è la fase dove tutto si deposita e dove la riflessione può emergere, dove c’è anche uno spazio personale. Dove si riesce a fermarsi, a riflettere con più calma, si riorganizzano i pensieri, si riorganizzano i disturbi. Perché quando si è travolti non si riesce bene a capire che cosa ci sta succedendo. Quindi non sprechiamola, perché questo è un momento veramente interessante. È un po’ come se pensassimo a una malattia acuta, poi c’è una fase di convalescenza e non bisogna sprecarla. Perché sappiamo quanto è importante in un processo di guarigione.

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