
Non è che ci siano molti giri di parole: il 2019 è stato un bagno di sangue per la Lega. Prima con le elezioni cantonali, dove il movimento di via Monte Boglia ha perso 4 seggi. Successivamente con le federali, dove il seggio perso è solo uno, ma da un peso specifico enorme. Oltre alla debacle della candidatura di Battista Ghiggia al primo turno per gli Stati.
Se il primo campanello d'allarme di aprile aveva preoccupato, ma evidentemente non abbastanza da porre correttivi, il secondo dello scorso 20 novembre sembra aver davvero smosso gli animi leghisti. E ora c'è chi invoca un ritorno alla Lega del passato. Quella del Nano, quella barricadera, quella che era riuscita a conquistare la fiducia del popolo.
C'è però un problema. Quella Lega non esiste più e, soprattutto, non è ripetibile. Sarebbe come se un distinto 50enne, un tempo ribelle ma oggi impiegato in banca e padre di famiglia, lasciasse moglie e figli, smettesse giacca e cravatta per rimettersi il chiodo, ritingendosi i capelli di viola. Diciamo che non sarebbe più così credibile, per usare un eufemismo.
La realtà è che la Lega è cresciuta, ha piazzato i suoi esponenti in Gran Consiglio, in Consiglio di Stato, nei Consigli d'amministrazione, negli uffici cantonali. Come si torna barricaderi se si sta già dall'altra parte della barricata? Non si torna indietro, forse i primi a doverlo accettare sono i leghisti stessi che oggi pretendono un improbabile ritorno al passato.
Piuttosto il punto è un altro: per anni la Lega dei Ticinesi, tra proclami e slogan, ha proposto comunque iniziative sociali e concrete. Tanto per fare un esempio, la 13sima AVS o la cassa malati unica. Spiegando che, ogni qualvolta queste iniziative incontravano ostacoli, una volta in Governo sarebbero riusciti a rendere ancora più efficace la loro azione. Ma, una volta conquistato il potere, cosa è rimasto di tutta questa attenzione ai bisogni dei cittadini? L'azione dei Consiglieri di Stato, che devono rispettare la collegialità, è più limitata di quello che molti elettori vorrebbero, ma tutti i deputati in Gran Consiglio cos'hanno fatto, oltre a una marea di interrogazioni più utili a farsi vedere sui media che a perseguire un'azione politica efficace?
E quali miglioramenti hanno visto le aziende pubbliche e parapubbliche dove adesso nei cda siedono leghisti? A dirla tutta, quelli che hanno occupato le pagine dei giornali lo hanno fatto per i motivi sbagliati, come uscite a dir poco imbarazzanti. Che, se fossero state commesse da esponenti socialisti o del Plr, la domenica si sarebbe tuonato alle dimissioni immediate. E' vero che Giuliano Bignasca non c'è più, ma questo non giustifica la mancanza di un approccio politico "leghista". Stiamo parlando di persone adulte: se vai nella Lega sai benissimo quali sono i principi che stai andando a sostenere, non ti serve il leader di turno, più o meno carismatico, a rimetterti in riga e a ricordarti qual è la tua missione. Non c'è alcuna giustificazione, se non quella di mero interesse personale, nelle scelte e nei comportamenti di alcuni esponenti.
La Lega è cresciuta. Ma la sua politica non è maturata. Non è questione di opposizione. Quella l'hanno fatta per anni e pure bene, tanto che l'elettorato ha dato loro fiducia, elezione dopo elezione. Semmai è proprio l'opportunità che gli elettori hanno concesso al movimento che non è stata sfruttata a dovere, cadendo in quegli stereotipi e quei problemi che hanno imputato settimanalmente agli avversari politici.
Il Nano era un irridente, un provocatore, una persona fuori dagli schemi. Ma aveva una sua visione. Che oggi la Lega sembra aver smarrito. Dei colonnelli, o dei vari tipi di struttura interna al movimento, alla gente non importa nulla. Così come non importa delle centinaia di interrogazioni o dei litigi da due soldi, che siano con altri schieramenti politici o con gruppi mediatici. Importano le iniziative, quelle realizzabili e che possano cambiare davvero la quotidianità delle persone. La Lega non riparta dall'opposizione. Ma dalla politica. Che è di quella che c'è bisogno.
Mattia Sacchi
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