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Ticino
Italia e Svizzera: l’emigrazione del Terzo millennio
Italia e Svizzera: l’emigrazione del Terzo millennio
Italia e Svizzera: l’emigrazione del Terzo millennio
Redazione
8 anni fa
IV Convegno Comites Lugano-Ticino sul tema “Migrazione e libera circolazione delle persone - Nuovi flussi migratori”

Se in Italia entrano ogni anno circa 100mila stranieri, gli italiani che se ne vanno sono 120mila. Una fuga di cervelli, intesa come preparazione accademica, ma anche come capacità imprenditoriale, o semplicemente come professionalità nei vari campi. E se la Svizzera rimane una meta ideale – dove però lo stesso ricercatore universitario italiano, finito il dottorato, è costretto a fare il badante –, è anche la terra dove tra poche settimane si voterà sulla libera circolazione.È questo, in sintesi, il quadro emerso durante il IV Convegno Comites Lugano-Ticino sul tema “Migrazione e libera circolazione delle persone - Nuovi flussi migratori”, tenutosi stamani a Lugano.

A dire che la fuga di cervelli non è l’unico fenomeno cui si sta assistendo in Italia è stato Mauro Massoni, nuovo console generale a Lugano. Ma a confutare l’espressione tanto cara ai media sono stati anche Paolo Barcella, docente dell’Università di Bergamo, e Alberto Costa, l’oncologo dello Ieo di Milano che in Canton Ticino ha avviato il Centro di senologia. Due aspetti su tutti, sottolineati da Barcella prima di fare un excursus storico: oggi tra gli immigrati italiani i laureati sono il 30%, ma molti lavorano nei Paesi europei in ben altri settori e professioni; è significativo che, a differenza di un tempo dove era il sud a spopolarsi, attualmente partano di più i cittadini di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, le tre regioni industriali dove la crisi del 2007-2008 ha creato maggiormente le condizioni per andarsene.Per Costa, invece, le ragioni della fuga stanno in una precisa situazione che caratterizza l’Italia: un sistema universitario bloccato, gli ostacoli della burocrazia, la corruzione, l’evasione fiscale, la mancanza di regole e infine in fatto che il Belpaese viene percepito da chi è lontano ormai solo come un luogo di vacanza.

Diverso il punto di vista svizzero: per la consigliera nazionale Marina Guscetti Carobbio se in generale vi è la necessità di avere una politica migratoria che va condivisa in ambito europeo, a livello locale il problema del Ticino sta nel fatto che i giovani vanno via per studiare, ma poi non tornano più, fermandosi oltre Gottardo o emigrando proprio in altri Paesi. Un fenomeno che secondo la vice presidente del Consiglio nazionale deve preoccupare. E se il benessere del Paese è dovuto anche ai fenomeni migratori, oggi ci vogliono risposte occupazionali o di tipo economico per far tornare i giovani svizzeri. Ma la soluzione, secondo Guscetti Carobbio, non è certo nell’iniziativa dell’Udc sulla libera circolazione. In vista della consultazione, per la consigliera sarà necessario spiegare bene ai cittadini l’importanza degli accordi bilaterali con la Ue e piuttosto rafforzare le misure d’accompagnamento, proprio perché c’è, effettivamente, una forte pressione sul mercato del lavoro.

Il tema del pendolarismo dei frontalieri lo ha affrontato, invece, Francesco Quattrini, consigliere diplomatico e Delegato per i rapporti internazionali per il Ticino: per capire il Cantone, è necessario spiegarlo in tutte le sue sfaccettature, perché è un caso sui generis, a cavallo, com’è, tra le due realtà, lombarda e ticinese. Un cantone che però è rimasto isolato ad affrontare un flusso di lavoratori che è raddoppiato in pochi anni, arrivando a toccare le 65mila unità, cui vanno aggiunti i “notificati”, per un totale di poco meno di 100mila persone su una popolazione complessiva di 350mila.

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