
Il 9 ottobre 2025 potrebbe passare alla storia come il giorno della pace tra Israele e Hamas. L'annuncio, arrivato a sorpresa dalle parole di Donald Trump, ha suscitato reazioni contrastanti tra entusiasmo e prudenza. Ne abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, docente ISPI e direttore della rivista Start Insight.
Le chiedo la sua prima reazione quando le agenzie hanno pubblicato la notizia con le parole di Trump?
"Cauto ottimismo da un lato, ma irrealismo dall'altro: bisogna osservare questo tipo di dinamiche senza lasciarsi travolgere dalle emozioni. È certamente un'ottima e grande notizia, il punto di svolta nella guerra tra Israele e Hamas, ma è qualcosa che si divide in più tempi. Il primo tempo sembra andare nella direzione giusta, con la liberazione dei prigionieri e la disponibilità di Israele a fare un passo indietro militarmente. Ma sono aperti molti punti che nei prossimi giorni o mesi dovranno essere definiti".
Ci sono ancora diversi punti critici che dovranno essere implementati. Secondo lei quanto è fragile questa prima fase? C'è ancora il rischio che tutto precipiti?
"Tutto è estremamente fragile. Gli accordi negoziali degli ultimi due anni sono venuti meno o sono stati interrotti nel momento in cui Hamas ha tratto maggior vantaggio dalla tregua e poi ha deciso di proseguire il conflitto e interrompere il dialogo per la liberazione degli ostaggi, che è il primo degli obiettivi di Israele. Questa volta però c'è qualcosa di diverso: un contorno politico e diplomatico molto forte e coeso, con un Qatar indotto dagli USA a ridurre il suo aiuto nei confronti della fratellanza musulmana a sostegno di Hamas. Può quindi esserci qualche elemento positivo in più, le premesse sembrano essere favorevoli".
Si vocifera che Donald Trump voglia ottenere il Nobel per la pace. Secondo lei lo merita?
"È una domanda trabocchetto...Trump è sicuramente ambizioso. Guardando allo storico dei premi Nobel per la pace dobbiamo annoverare personaggi come Arafat, che è stato a capo di un'organizzazione terroristica, ma anche il presidente Obama, che è stato premiato più per le buone intenzioni che per i fatti. Trump potrebbe a buon titolo ambire a ricevere il Nobel per la pace in virtù delle eccezioni che lo hanno preceduto, ma credo che l'opinione pubblica generale sia a prescindere sfavorevole nei suoi confronti per carattere e intemperanze, ma anche per le sue posizioni politiche. Questo potrebbe avere una ripercussione non favorevole per la concessione del Nobel".
Secondo lei la comunità internazionale adesso che ruolo dovrà avere e cosa potrà fare per aiutare a stabilizzare questa pace?
"Nella migliore delle ipotesi ci stiamo avvicinando ad uno scenario post conflittuale in cui dovrà essere ricostruito tutto. Non solo le infrastrutture ma anche la compagine amministrativa, lo Stato israeliano inteso come strumento in grado di rispondere alle esigenze e ai bisogni minimi della popolazione civile. Il ruolo della comunità internazionale sarà determinante nel riuscire a creare una cornice di sicurezza per impedire ad Hamas o a gruppi simili di riuscire a condizionare la popolazione palestinese e a mettere le mani sugli aiuti della stessa comunità internazionale. In questo senso i paesi arabi potranno giocare un ruolo determinante e chiave più di quanto non possa fare in maniera diretta l’Occidente stesso, che viene percepito come qualcosa di estraneo e non neutrale in un processo di ricostruzione e di stabilizzazione locale".

