
Ha visto l’orrore della guerra a Gaza, ha curato i feriti sotto le bombe e ha perso parte della sua famiglia. Oggi Elias Abu Safieh, medico d’urgenza, ci racconta la sua esperienza: dalla distruzione di un ospedale alla speranza di poter riabbracciare suo padre che si trova in prigione. Domani sarà a Lugano, ospite dell’associazione Almalayika Switzerland per parlare della sua storia.
«Sono qui per essere la voce dei bambini che non hanno potuto finire di parlare perché sono stati sepolti sotto le macerie. Sono venuto in Italia per ritrovare la mia famiglia umana, perché non mi è rimasta una famiglia. Israele ha ucciso tutto ciò che c'era di bello nella mia vita. Sono qui per raccontare la sofferenza di mio padre, per portare la voce di oltre due milioni di abitanti di Gaza che ogni giorno subiscono il genocidio e la morte. Sono qui per essere la voce dei bambini che non hanno potuto finire di parlare». Elias Abu Safieh pronuncia queste parole con una voce ferma, in un arabo elegante, di chi ha studiato. Ma il suo sguardo sembra essersi fermato in un luogo dal quale è difficilissimo tornare. Medico specializzato in medicina d'urgenza, Elias è nato e cresciuto nel nord della Striscia di Gaza. Lì si è laureato, ha costruito la sua famiglia, ha lavorato fino a un anno fa. Poi è stato costretto a fuggire, ma prima di lasciare Gaza ha continuato a curare i feriti. «Ho visto le condizioni delle persone che arrivavano: bambini con arti amputati, corpi di bambini bruciati, resti umani sparsi. Lavoravamo con pochissimi mezzi, con il minimo indispensabile, ma eravamo l'unica speranza per quei feriti, per quei bambini. Le condizioni erano durissime, tragiche, catastrofiche. Se esistesse una parola più terribile di genocidio, la userei. Non ci sono parole per descrivere quello che è successo nella Striscia di Gaza.»

Parole che mancano, ma che si rendono necessarie per raccontare le condizioni in cui versava l’ospedale in cui lavorava insieme a suo papà. «Mio padre lavorava all'ospedale Kamal Adwan sotto bombardamenti, tra la fame e la carestia. Si dedicava con tutto se stesso alla cura dei bambini. Per loro era l'unica speranza. Erano neonati e la maggior parte non aveva più una famiglia, né un padre né una madre. Per loro mio padre non era soltanto il medico che li curava, era diventato anche un padre spirituale. Tutto il mondo ha visto mio padre continuare a curare le persone e a portare avanti la sua missione umanitaria sotto gli occhi di tutti.»
«La vita a Gaza è diventata davvero difficilissima»
Ora l’ospedale è andato distrutto, così come la sua famiglia. Uno dei suoi fratelli è stato ucciso, un altro ferito gravemente, suo padre arrestato e ancora in prigione. Elias invece ci racconta la fame e la paura di chi è rimasto lì senza casa, a vivere in tenda, mentre un altro inverno si avvicina «La vita a Gaza è diventata davvero difficilissima. La maggior parte degli abitanti vive in tenda. Israele ha distrutto tutto: le case, gli alberi, le persone. Circa il novanta per cento delle abitazioni è stato completamente distrutto, ma il popolo di Gaza è un popolo grande, forte, che ama la vita e cerca di viverla in ogni modo possibile. Ieri abbiamo visto una bambina guardare i suoi genitori bruciare davanti ai suoi occhi. La mia famiglia è stata dispersa. Non ho più una famiglia intera. Alcuni sono prigionieri, altri feriti, altri sono stati uccisi.» Quando parla della sua famiglia, lo sguardo resta fermo. Elias non nasconde ciò che ha perso, ma non si lascia ridurre soltanto alla sofferenza che racconta. Continua a chiedere, a chi lo ascolta, di non voltarsi dall'altra parte. «Il mio sogno più grande è riavere mio padre e vedere finire il genocidio contro la popolazione di Gaza. Per questo mi rivolgo a tutte le organizzazioni e a tutte le persone di coscienza in Svizzera, in Italia, in tutta l'Europa. Guardateci con umanità e compassione. Basta ingiustizia, basta oppressione.»

