
60 anni, ticinese, con una moglie e due figli, una vita di lavoro in garage e carrozzerie, ma un presente fatto di assistenza sociale. E di disperazione. “Oggi pomeriggio, o al più tardi domani, mi incateno davanti al Municipio di Chiasso” esclama in preda al più cupo sconforto. E come non capirlo? A causa di un errore dell’assistenza, ci racconta il 60enne, che per motivi di praticità chiameremo Giovanni, percepisce 116 franchi al mese. E non si tratta di un errore correggibile, quanto piuttosto della correzione di un precedente errore. Ossia, l’assistenza si è accorta di avere sbagliato i calcoli e allora, da due mesi, gli sta facendo restituire i soldi versatigli in eccesso. “Ma non è che prima nuotassi dell’oro, anzi” asserisce, esausto. “Ho una moglie e due figli a casa a cui devo dare da mangiare e già prima facevamo una fatica boia ad arrivare a fine mese. Ora, con questa detrazione dovuta ad un loro errore, ripeto un loro errore, non possiamo neanche più permetterci il pane secco.” Giovanni ha deciso di compiere il gesto eclatante perché non ce la fa più. E le continue notizie di abusi dell’assistenza non fanno che rafforzare il suo sentimento di ingiustizia. “Ho visto sul vostro sito la storia dei due fratelli calabresi che hanno percepito centinaia di migliaia di franchi di assistenza pur avendo lavorato solo due mesi in Svizzera. Lo Stato è generoso con gli stranieri, ma se sei ticinese non te ne fanno passare una.” Giovanni intende, a malincuore, disiscrivere sua figlia dalla scuola infermieristica che sta frequentando. “Ogni sei mesi devo pagare 900 franchi di retta. Certo, c’è la borsa di studio, ma quei soldi arrivano, se va tutto bene, a fine primavera. E chi li anticipa? Io non so proprio dove andare a prenderli, quindi devo per forza chiedere a mia figlia di interrompere gli studi.” L’altro figlio sta svolgendo un apprendistato, presso una ditta di Lamone. Percepisce 1'200 franchi al mese, soldi che l’assistenza ha aggiunto al totale delle entrate della famiglia, visto che vive ancora in casa. “Ma quei soldi gli servono a lui per comprarsi il materiale di scuola, per mangiare fuori casa, per mantenersi… Non possono mica pretendere che li metta tutti in famiglia per aiutarci a tirare avanti!” La moglie, per completare il quadro del nucleo famigliare, si trova in disoccupazione e, secondo quanto afferma Giovanni, percepisce poco più di 1'000 franchi mensili. In totale, quindi, in casa viene superato il minimo vitale. Ma la realtà sembra essere tutt’altra. “Non sappiamo più dove sbattere la testa, siamo disperati!” conclude Giovanni, rilanciando la minaccia di incatenarsi al Municipio di Chiasso. “Oggi incontro Andrea Banfi (responsabile del Dicastero Servizi e Attività Sociali, n.d.r.) e vedo cosa mi dice. Se non avrò una risposta positiva, mi incateno. Oggi o domani. È una promessa.” Abbiamo quindi voluto sentire il parere dell’uomo che potrebbe impedire il gesto eclatante, Andrea Banfi, appunto. E il responsabile del Dicastero Servizi e attività sociali non si dice per nulla sorpreso dal gesto promesso da Giovanni. “Il suo caso è noto ai nostri servizi e alle autorità comunali. La sua famiglia vive da un anno e mezzo a Chiasso e in questo periodo è ripetutamente venuta alla nostra porta a bussare per chiedere aiuti. Nel limite del possibile abbiamo cercato di venire loro incontro, con aiuti puntuali, ma l’assistenza resta di competenza del Cantone.” Banfi ci assicura che il nucleo famigliare di Giovanni, come tutte le persone in assistenza, beneficia del minimo vitale. “Non si può parlare di discriminazione, è trattato alla stessa stregua di tutti coloro che necessitano di aiuti. La sua è una storia per così dire curiosa. Non sappiamo come mai il minimo vitale non sia sufficiente per la famiglia. Certo, è poco, ma per le altre famiglie basta. Lui invece a ogni fine mese viene a fare pressioni, di persona, via telefono o via mail, reclamando maggiori aiuti. Nel
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