
Mandare a fanc*** il proprio capo non è sufficiente per essere licenziati. Certo, il confine tra gli insulti tollerati e quelli sanzionabili con il licenziamento non è sempre chiaro, ma la Corte d'appello del canton Ticino ha stabilito che un "vaffanc***" non basta. Sul tema degli insulti al proprio superiore il quotidiano romando Le Matin ha preparato una bella panoramica, basandosi sugli studi dell'esperto di diritto Roger Rudolph. Nell'articolo apparso oggi si legge per esempio che un cuoco che ha dato del "buco del c***" al suo chef non ha potuto essere cacciato su due piedi, in quanto lo stesso chef, in precedenza, gli aveva rivolto il medesimo epiteto. Un pittore che invece aveva dato al suo datore di lavoro del "cupido buco del c***" nonché dell'"avido profittatore" si è meritato il licenziamento, secondo il Tribunale federale. In Ticino, come detto, la Corte d'appello ha invece giudicato insufficiente un "vaffanc***" rivolto al proprio superiore. Nella valutazione dei casi, si spiega nell'articolo, ha molta importanza la presenza di testimoni, siano essi colleghi o clienti. In effetti una segretaria medica del canton Appenzello che, in presenza di pazienti, si è rivolta al superiore con un "state cominciando a...", è stata licenziata per giusta causa, secondo il Tribunale federale, anche se non ha finito la frase. La sua esclamazione, si legge, "poteva essere intesa solo come una denigrazione." Non solo insulti. Nell'articolo si parla pure di un'impiegata in macelleria, lasciata a casa perché sorpresa a rubare tre chili di carne. Siccome la refurtiva aveva un valore inferiore ai 300 franchi, e la donna lavorava nella macelleria da diversi anni, il Tribunale del lavoro di Zurigo ha dato torto al capo. La ladra si è quindi vista accordare due mesi di stipendio e un'indennità per perdita di guadagno.
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