
La storia dell’infermiere dell’ospedale Beata Vergine di Mendrisio - da questa settimana ufficialmente sospettato e accusato di aver indotto la morte ad alcuni pazienti terminali - è forse più che inquietante. Più che allarmante perché i casi sospetti potrebbero essere più dei tre di cui il Caffè ha parlato sulla scorsa edizione. Per ora la magistratura si è limitata a confermare con un comunicato giunto venerdì quanto pubblicato dal settimanale locarnese. Nei prossimi giorni, si era scritto, il procuratore Nicola Respini chiuderà quella fase di indagini atte a formalizzare le accuse di omicidio intenzionale o colposo. E così è avvenuto.L’infermiere lavorava al Beata Vergine di Mendrisio da sempre, venti, venticinque anni. Di anni ora ne ha oltre quaranta e fino allo scorso autunno era un apprezzato dipendente dell’ospedale. Sebbene ora fra le corsie e fra chi vi ha lavorato fianco a fianco si dica che l’uomo abbia una personalità particolare. Forse una doppia personalità. Quella pubblica, mostrata quotidianamente al lavoro, quella privata quasi opposta alla sua scrupolosità professionale. Quel confine che divideva i due "profili" però si è rotto. Si è rotto forse più di una, due, tre volte.
È in carcere, e nel corso degli interrogatori, che si è aperto alle spalle dell’uomo uno scenario inquietante. Ed è solo grazie al suo racconto che la magistratura ha visto illuminarsi la scena. Un caso sospetto, e le sue prime, di fatto, ammissioni. Se fino ad allora le cartelle cliniche richieste dalla magistratura alla direzione dell’ospedale erano tre, relative agli anni che vanno dal 2013 al 2018 (il caso che ha fatto scoppiare la vicenda è dell’ottobre scorso), ora gli inquirenti stanno cercando di lluminare alcuni fatti sino al 2011. Sono state richieste ulteriori tre cartelle cliniche, di cui una è relativa all’episodio raccontato dallo stesso infermiere.Non è e non sarà facile per la magistratura definire con esattezza il confine del comportamento lecito e illecito dell’uomo. Il dosaggio dei medicinali sarebbe stato alterato aumentandone la quantità. E ciò, come si spiega in altri articoli in pagina, può accelerare, cioè indurre, il decesso di un paziente estremamente fragile.
Tutti i dettagli nell'edizione odierna del Caffè
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