
La Corte dei reclami penali ha annullato il decreto di abbandono per denuncia mendace nei confronti di Fiorenzo Dadò. Il procuratore generale Andrea Pagani dovrà quindi riesaminare i fatti, alla luce di indizi che, secondo i giudici, non permettono di archiviare il procedimento. In particolare viene ipotizzato che Dadò, insieme all'ex giudice Siro Quadri, abbia costruito una strategia per colpire l’ex presidente del Tribunale penale Mauro Ermani. Una strategia fondata su una falsa lettera anonima e alcuni meme raffiguranti bambini, che avevano portato la Commissione Giustizia e Diritti, allora presieduta da Dadò, a segnalare il caso al Consiglio della Magistratura e all'ex procuratore straordinario Franco Passini. Il presidente del Centro respinge fermamente questa ricostruzione e per lui vale la presunzione d’innocenza. La notizia inevitabilmente ha però suscitato reazioni politiche.
Le reazioni dei partiti
Secondo il capogruppo PLR Matteo Quadranti, «in questo momento ci sono un po’ troppi casi di politici aperti al Ministero pubblico». «L’auspicio è che se ne chiuda qualcuno e che si possa tornare ad occuparci di politica e dei temi che interessano le persone», afferma. Quadranti invita inoltre Dadò a valutare la propria posizione nella sottocommissione di vigilanza, considerando eventualmente di passare il testimone a un collega di partito, «per fare in modo che anche questa attività di vigilanza non subisca dei contraccolpi».
Più critico il capogruppo PS Ivo Durisch, secondo cui l’eventualità che il materiale anonimo provenisse proprio da chi era oggetto degli accertamenti pone «un serio problema».
La Lega, attraverso il vicecoordinatore Alessandro Mazzoleni, si dice «un po’ sconcertata» dagli sviluppi. «Considerate tutte le questioni con cui il Parlamento si è confrontato e si confronta tuttora, e le numerose inchieste in corso, sia amministrative sia penali, mi chiedo se questo caso non sia stato sottovalutato».
Di diverso avviso il capogruppo del Centro Maurizio Gustoni, che ricorda come la decisione della Corte non equivalga a una sentenza. A suo giudizio, non vi sono motivi per chiedere a Dadò di rinunciare ai propri incarichi parlamentari.

