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Ticino
Inarrestabile solidarietà per il Mulino di Maroggia
Foto CdT
Foto CdT
Lara Sargenti
5 anni fa
Negli scorsi mesi si sono susseguite le azioni di sostegno per far ripartire il Mulino distrutto dal rogo. Il titolare: “Le persone ci tengono veramente. Questo ci sprona a ripartire”

Sono passati oltre 7 mesi dal rogo del Mulino di Maroggia. Le fiamme, divampate lunedì 23 novembre 2020, hanno distrutto gran parte della struttura. La solidarietà della popolazione ticinese non si è tuttavia fermata. Prova ne è l’ultima iniziativa, lanciata da Francesco Cairoli di French-ART che ha messo all’asta un paio di scarpe dedicate all’evento che ha distrutto lo storico edificio. Ma come prosegue la raccolta fondi? E a che punto siamo con la rinascita del Mulino? I colleghi di Radio 3i lo hanno chiesto ad Alessandro Fontana, titolare dell’azienda.

Una raccolta fondi che non si ferma
“In questi mesi la raccolta fondi non è mai terminata”, commenta Fontana, rilevando come questo tipo di atteggiamento non sia del tutto consueto. “Di fronte a un evento particolare di solito si muovono tutti, poi tante volte le cose vanno a scemare. Nel nostro caso non è successo. Anzi. Col passar delle settimane si sono ripetute diverse azioni. L’asta delle scarpe è solo l’ultima delle tante”.

Un fondo di solidarietà
Tutte azioni che spronano la squadra del Mulino a guardare avanti. I soldi raccolti confluiranno nel fondo di solidarietà che è stato aperto per far risorgere dalle ceneri il Mulino. “Ci fa piacere vedere che le persone ci tengono veramente. Questo ci sprona tutti giorni a cercare di ripartire e realizzare il nuovo progetto”.

Cosa riserva il futuro
L’idea del titolare è di poter ricostruire un nuovo mulino, che diventi un punto di riferimento per tutto il Cantone. “Gli sgomberi e la demolizione delle parti pericolanti sono già avvenuti nel mese di febbraio”, ricorda Fontana. “Da lì ci siamo messi a pianificare un nuovo mulino. L’obiettivo è quello di riuscire a centralizzare a Maroggia tutto il raccolto del Cantone a livello di cereali (sia di tipo convenzionale, di produzione integrata o biologici) e di poterli lavorare sul nostro territorio”.

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