
Berna non si farà carico delle perdite degli ospedali dovute alla pandemia e al blocco delle operazioni deciso la scorsa primavera. Lo ha ribadito ieri il Consigliere federale Alain Berset in un incontro con rappresentanti del settore. Secondo il ministro della sanità, gli interventi potranno essere recuperati nel corso dell’anno. È davvero così? Radio 3i lo ha chiesto al direttore generale dell’Ente Ospedaliero Cantonale, Giorgio Pellanda. “Berset è partito convinto che tutto quello che non è stato fatto, può essere recuperato nel tempo. Sta di fatto che gli ospedali a marzo e ad aprile hanno avuto und divieto di operare e di svolgere tutta una serie di interventi. Questi interventi mancano e il recupero c’è, ma è lento. È impensabile che si possa recuperare questo manco di attività nel giro dei prossimi sei mesi” fa notare Pellanda.
A livello nazionale si parla di un mancato introito di circa due miliardi e mezzo di franchi. A livello cantonale si può quantificare?
“Questi 2,6 miliardi sono stime che gli ospedali hanno messo in conto sulla base dei dati a disposizione. Dati certi ne abbiamo con le chiusure semestrali al 30 di giugno. Sui dati del Cantone, posso dire che l’Ente ospedaliero cantonale a fine giugno registra un disavanzo attorno ai 30 milioni di franchi. Di regola, a metà dell’anno, siamo a un risultato d’esercizio positivo. Pertanto quell’ammanco di attività è effettivamente molto importante. Stiamo recuperando qualche cosa, ma nei prossimi mesi non andremo a fare più di quanto abbiamo fatto l’anno scorso o negli anni scorsi. Quando l’attività è normale le nostre capacità sono occupate nella misura del 90-95%. Non è quindi immaginabile fare molto di più per recuperare il tempo perso. C’è poi anche una certa prudenza da parte di quei pazienti che non hanno urgenza di andare all’ospedale, di rinviare o aspettare qualche mese e di ritornane dal medico una volta che la pandemia passa. Anche questo inciderà sulle nostre attività”.
Se Berna non è disposta a pagare, toccherà farlo ai singoli Cantoni?
“Questa è l’ipotesi. Sono i Cantoni che devono contrattare con il Consiglio federale, è più difficile immaginare un intervento delle assicurazioni. Gli assicuratori sono chiamati per legge a pagare delle prestazioni, ma pagare agli ospedali dei mancati introiti lo vedo difficile. I Cantoni sono proprietari di ospedali pubblici e di regola questi hanno una garanzia finanziaria da parte del Cantone. Il problema rimane per le Cliniche private. Laddove non c’è una garanzia finanziaria del Cantone, se non legata al contratto di prestazione per l’esercizio in corso, il problema si pone per quanto riguarda la liquidità o di avere una liquidità garantita, che permetta poi di non dover intervenire con licenziamenti o chiusure di reparti o addirittura di ospedali”.
Voi come EOC vi aspettate un passo dal Consiglio di Stato o vi siete già fatti sentire?
“Siamo in una situazione più confortevole rispetto ad altri istituti, anche perché abbiamo un capitale che ci permette di coprire i primi 100 milioni di disavanzo. È una cifra importante che abbiamo nei nostri bilanci. È chiaro che se il Cantone non ci coprirà ulteriormente questi disavanzi, il capitale è a disposizione, ma i soldi mancheranno da un’altra parte. Penso per esempio agli imminenti investimenti che abbiamo in programma. Quei soldi bisognerà andare prenderli da un’altra parte”.
L’incontro di ieri è stato definito costruttivo da parte dell’organizzazione di categoria. Voi siete d’accordo?
“L’incontro di ieri ha permesso di tenere il tavolo aperto e di guardare avanti fiduciosi per trovare quel compromesso che gli ospedali svizzeri hanno sempre cercato nel riunire il Consiglio federale, i Cantoni e gli assicuratori. L’altro problema è cosa succede nel caso di una seconda ondata, che potrebbe essere imminente con l’arrivo dell’influenza. Se le questioni finanziarie non vengono risolte, ciò mette in una situazione di insicurezza tutto il settore ospedaliero”.
Non vi ha dato fastidio che il Consiglio federale sia intervenuto per sostenere l’economia, mentre per il settore sanitario, impegnato in prima linea alla lotta contro il coronavirus, è stato per certi versi abbandonato?
“Più che arrabbiati siamo sorpresi di questa difficoltà di comprensione. Di principio vale che “chi paga, comanda” o “chi comanda, paga”. Il Consiglio federale ha rilasciato questo divieto di intervenire sui casi meno urgenti per 5 settimane - da metà marzo fino a fine aprile - ci aspettavamo che tutto quanto potesse essere ricondotto a questo divieto fosse di competenza del Consiglio federale. È un po’ un’illusione pensare che quanto è stato bloccato può essere recuperato. La mancata attività è sotto gli occhi di tutti e agli ospedali è venuta mancare una buona dose di liquidità. Il Cantone ci ha aiutato per quello che ha potuto fare, ci siamo visti però anche precludere tutte le indennità per lavoro ridotto, che sono state promesse da due consiglieri federali. Poi sistematicamente la Seco ha negato questa possibilità. Gli ospedali sono quindi un po’ nel limbo: sono chiamati a curare i pazienti e le prestazioni vengono messe in conto con le tariffe normali. Ma tutta l’attività che è venuta a mancare per il momento rimane a carico degli ospedali”.
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