
L'OCST prende posizione sulla nota diramata quest'oggi dal Dipartimento delle Istituzioni riguardante il cambiamento di giurisprudenza in tema di assegni familiari di prima infanzia e integrativi. Una nota che fa seguito a una sentenza pervenuta in data odierna del Tribunale federale che precisa la natura di questi assegni, di cui il sindacato ha preso atto "con soddisfazione".
La sentenza contraddice infatti "quanto sostenuto dal citato Dipartimento, dal Consiglio di Stato e dallo stesso Tribunale cantonale amministrativo, che equiparava tagli assegni a prestazioni a scopo assitenziale". Il Tribunale federale "ha negato che questi assegni possano essere ritenuti tali".
"Le ricadute della sentenza sono di importanza tutt'altro che marginale" commenta l'OCST. "Impediscono all'autorità degli stranieri di emanare ammonimenti, minacciare o persino procedere alla revoca dei permessi o domicilio per il solo fatto di essere al beneficio di assegni di prima infanzia o integrativi".
"Viene opportunamente sconfessata" prosegue il sindacasto, "una linea che stava penalizzando in modo indiscriminato i beneficiari stranieri di tali prestazioni familiari. Se - come è opportuno fare - si intende scongiurare l’insorgere di abusi, occorrono provvedimenti orientati puntualmente alla loro lotta. Accanirsi in modo indifferenziato su tutti coloro che hanno diritto a prestazioni familiari di prima infanzia o integrativi è una via scorretta che il Tribunale federale ha ora giustamente invalidato".
Il sindacato auspica infine che la correzione di rotta imposta dal Tribunale federale "induca l’Ufficio della migrazione a considerare con una diversa capacità di discernimento anche i casi per i quali la revoca ruota attorno al concetto di “centro di vita e di interessi” (fattispecie che sta lasciando trasparire visibili eccessi)". Ricordiamo che l'ultimo caso in ordine di cronaca, denunciato proprio dall'OCST, riguarda una cittadina italiana 36enne a cui è stato revocato il permesso di dimora dopo più di 12 anni di lavoro in Svizzera. Questo perché l'Ufficio della migrazione ha ritenuto che il centro di vita e di interessi della donna è situato nel Sud Italia dove vive la madre.
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