
Gli editoriali odierni dei tre quotidiani ticinesi, come ovvio che sia dopo una giornata tanto importante come quella di ieri, sono interamente dedicati all'elezione del Consiglio federale.
I tre direttori, nei loro incipit, sono tutti concordi: ieri si è visto il ritorno della formula magica. Per Alessandra Zumthor, direttrice del Giornale del Popolo, "alla fine ha prevalso la volontà di equilibrio. Su tutti i fronti. Lo si è visto anche dall'atmosfera rilassata del dopo-voto a Palazzo federale: serenità e soddisfazione, poche le recriminazioni, certo nessun colpo di mano". L'UDC infatti è tornato ad annoverare due seggi in Consiglio federale, condividendo così piene responsabilità governative, una "normalizzazione (che) dovrebbe giovare al sistema politico - scrive Fabio Pontiggia, direttore del Corriere del Ticino - anche se, come sempre, determinante sarà la levatura dei singoli consiglieri federali, e non solo la loro capacità o disponibilità a collaborare, cioè a trovare i necessari compromessi."
Per Matteo Caratti, direttore de La Regione, "l'Assemblea federale non ha dimenticato gli anni con due UDC nella stanza dei bottoni", scegliendo quindi di evitare l'elezione di "Thomas Aeschi, l'allievo modello" di Blocher. La scelta di eleggere un candidato romando pone un inevitabile problema per il Ticino in ottica futura e si prospettano tempi lunghi per il ritorno di un ticinese nella stanza dei bottoni, ma secondo Zumthor non è ancora il caso di disperare con troppo anticipo, "basti pensare ai colpi di scena avvenuti negli ultimi vent'anni al momento dell'elezione del Governo."
Pontiggia sottolinea però come ieri "si sia parlato tanto di clausole (partitiche) d'esclusione (che sono semmai un affare interno dell'UDC), ma non si sia fatto alcun accenno alla clausola, ben più importante, di inclusione, quella stabilita dalla Costituzione federale per un'equa rappresentanza delle regioni linguistiche nell'Esecutivo. La Svizzera italiana continuerà ad essere quindi esclusa. Lo è dal 1999. In un paese federalista, e in una fase come quella in cui ci troviamo, non è una buona cosa. Questa clausola non può né deve naturalmente sopperire ad eventuali carenze delle candidature, promuovendo chi non è all'altezza: ma passarla sotto silenzio in una circostanza così è un autentico autogoal. Segno di debolezza, divisione, imbarazzo tra gli stessi ticinesi."
Rimanendo in tema di Ticino, come non parlare della candidatura di Norman Gobbi? "A Norman Gobbi riconosciamo di aver giocato bene le sue carte (...). Per lui però la strada è sempre stata tortuosa. Stile Tremola." scrive Caratti, che definisce il ticinese un "soldatino al seguito di Toni Brunner" che ha peraltro fatto finta oltralpe che "tutto il Ticino fosse con lui".
Per il direttore della Regione, il leventinese "ha dovuto fare i conti coi suoi trascorsi e le distanze mai prese. Ha quindi lasciato il segno la campagna antibernese che il Mattino martella da anni, fatta di pesanti dileggi nei confronti dell'avversario". Anche nelle parole della direttrice del GdP, questo aspetto ha avuto un ruolo: Gobbi è stato condizionato "anche da determinati limiti 'domenicali' d'immagine - scrive Zumthor, dando però merito a quanto comunque raggiunto, ovvero "un risultato di tutto rispetto".
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