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L'evento
Il ricordo dell'11 settembre: «La fine di un'era, gli USA si sono scoperti vulnerabili»
Redazione
3 ore fa
Quasi 3 mila morti, le Torri Gemelle cancellate e un attacco destinato a cambiare gli equilibri del mondo – In occasione del 25.esimo anniversario, il ricordo di Federico Rampini, che domani sarà ospite a Lugano del Festival Endorfine

Sono le otto e quarantasei minuti dell'11 settembre del 2001. Un aereo contro la torre nord del World Trade Center. Diciassette minuti dopo un secondo Boeing colpisce la torre sud. New York guarda verso il cielo. Intrappolati ai piani più alti, senza una via d'uscita, alcuni scelgono di lanciarsi nel vuoto. Poco dopo crollano le torri. Quella mattina vengono dirottati quattro aerei, uno colpisce il Pentagono, un altro precipita in Pennsylvania. Alla fine si conteranno quasi 3 mila vittime. Il mondo trattiene il fiato mentre le sigle delle breaking news inondano case e appartamenti, fra cui quello di San Francisco, in cui all'epoca viveva Federico Rampini, oggi editorialista del Corriere della Sera, che abbiamo raggiunto per un ricordo.

Quelle bandiere alle finestre

«Fui svegliato alle cinque del mattino per via della differenza di fuso orario dalle notizie degli attentati. Facendo il giornalista,  il mio giornale di allora, che era La Repubblica, mi chiese di mettermi subito al lavoro, anche perché i miei colleghi newyorkesi soffrivano di blackout dei telefonini», racconta Rampini. «Una cosa che mi colpì, stando in una città molto di sinistra come San Francisco, fu che quasi subito cominciarono ad apparire dalle finestre dei miei vicini di casa le bandiere a stelle e strisce». Un cordoglio diffuso che fin da subito si mischia al terrore. Terrore per essere stati colpiti al cuore, terrore di scoprirsi vulnerabili per la prima volta. E mentre Manhattan scompare dentro una nuvola di polvere, il presidente George W. Bush conferisce un volto al nemico e di quel terrore ne fa una missione. Osama Bin Laden, fondatore di Al Qaeda, diventa la nemesi dell'America e dell'Occidente tutto.

«La fine dell'era unipolare»

L'11 settembre «uno spartiacque lo è stato e lo rimane perché sicuramente segnò la fine di quella che allora era stata definita l'era unipolare, in cui l'America sembrava un egemone incontrastato e si illudeva di essere invulnerabile». E quella tragedia fu proprio la fine di quel senso di invulnerabilità, spiega Rampini. «Da lì cominciarono tantissime cose, tra cui le carriere politiche di due personaggi importanti nell'America degli anni successivi, cioè Barack Obama e Donald Trump, che in parte furono favorite dal fatto che tutti e due avevano preso le distanze dalle guerre che Bush avrebbe scatenato in seguito all'11 settembre, cioè Afghanistan e Iraq. Sia Obama che Trump promisero di non andare a invischiare l'America in Medio Oriente e tutti e due tradirono la promessa».

Profezie, minacce e sicurezza

Il 7 ottobre comincia la guerra in Afghanistan, due anni più tardi l'invasione dell'Iraq di Saddam Hussein, una guerra al terrorismo destinata a durare vent'anni. L'11 settembre segna uno spartiacque nella storia contemporanea, intriso anche di complottismo e false profezie. «Qualcuno disse che quello era un colpo da cui l'America non si sarebbe risollevata. Invece si è risollevata molto bene dal punto di vista economico, anche la stessa città di New York. Qualcuno disse che l'America avrebbe reagito diventando uno stato di polizia o una nazione islamofoba. Non è successo nulla di tutto questo, tant'è che oggi a New York c'è un sindaco musulmano». Eppure 25 anni dopo cambia la minaccia, cambia il nemico, ma non l'insegnamento di fondo: la sicurezza ha un costo e sempre di più oggi è una scelta vincolante. «Sì, domani sarò a Lugano al Festival Endorfine proprio per parlare di questo libro, "Pane e Cannoni", è un manuale di geopolitica, di geoeconomia, è una guida alla sopravvivenza e, soprattutto, una guida alle nuove regole del gioco».