
Dopo tanti anni, quindici ne sono ormai passati, Stefano Francolino è finito nuovamente nei guai. È stato arrestato sabato scorso aver tentato di rapinare un 37enne lombardo nei pressi della pensilina dei bus di Lugano.Il 13 ottobre del 1996, a soli 19 anni, uccise brutalmente a Cadempino l’amico Adriano Cameroni, che ne aveva 25. Gli fracassò la testa con una mazza da muratore, poi gettò il cadavere sulla massicciata della ferrovia che si trova sotto la casa dove Cameroni viveva con la madre e la sorella. Sistemò il corpo sui binari e attese che il treno passasse, tentando di simulare un suicidio. Fu condannato per assassinio.Ma torniamo a sabato. Sono le 18,30 circa quando la vittima viene aggredita e colpita alla testa da due giovani. Uno è un luganese di 27 anni, l’altro è Stefano Francolino, che oggi di anni ne ha 33 e vive a Claro. I due frugano nelle tasche del malcapitato ma non riescono a rubare nulla, disturbati dalla presenza di persone che aspettano il bus.A quel punto fuggono, ma il 27enne perde il cellulare, che viene raccolto da alcuni amici della vittima e consegnato alla polizia. In quattro e quattr’otto i due finiscono in carcere.E ora ci si chiederà ancora una volta: ma perché dopo il delitto di Cadempino, Francolino che era ed è di nazionalità italiana e risiede a Claro con un permesso C, non è stato espulso. La decisione fu presa, allora dal giudice penale, che all’epoca poteva ancora decretare l’espulsione di criminali stranieri in sede di sentenza. La pena aggiuntiva dell’espulsione dalla Svizzera fu dunque sospesa. Poi, quando Francolino terminò di scontare la pena, varie istituzioni valutarono positivamente la sua situazione personale. Un ragazzo che si poteva recuperare, anche alla luce del fatto che aveva trascorso la sua giovinezza e compiuto gli studi in Ticino e che aveva la madre svizzera. emmebi
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