
Entrato in carica all’inizio del 2020, per la prima volta Thomas Süssli, capo dell’Esercito, è arrivato in Ticino in occasione del Lunch Event. Al LAC ha incontrato esponenti delle istituzioni, dell’economia e della società civile. Lo abbiamo incontrato: ci ha spiegato l’importanza dell’Esercito e quali sono le sue sfide per il futuro.
Da quasi due anni a capo dell’esercito, arriva solo ora in Ticino. Non è un po’ tardi?
“So che è tardi, sarei venuto volentieri prima. Ho fatto la mia scuola reclute in Ticino e qui mi piace. Ma nell’ultimo anno c’è stato il Covid e non si sono potuti organizzare eventi. Ma sono stato molto in Ticino per visitare gli ospedali, dove le truppe hanno dato sostegno ai civili”.
È venuto a incontrare l’economia, le istituzioni, la politica e a spiegare perché la Svizzera ha bisogno dell’esercito. Ma non è un problema se il capo dell’esercito deve spiegare perché l’esercito serve?
“Il mondo cambia, è diventato più pericoloso, più complesso, più sfaccettato. L’esercito deve confrontarsi con queste nuove sfide. lo spiego come il mondo cambia e come l’esercito si adatta. Non si spiega mai abbastanza quanto l’esercito sarà necessario anche in futuro”.
Lei parla delle nuove minacce. Quali sono in concreto e quali quelle di sempre?
“Il mondo cambia e si sposta. Ci sono nuove potenze che cambiano il mondo. A est abbiamo una nuova superpotenza, si parla infatti di secolo asiatico. Ma abbiamo anche altre sfide come la demografia, il cambiamento climatico, la migrazione, la scarsità di risorse, la quarta rivoluzione industriale. Questo porta dei grossi pericoli, per esempio i blackout o le pandemie. Ci sono scienziati che dicono che questa non è ancora la grande pandemia per la quale hanno lanciato l’allarme, ma anche il cambiamento degli equilibri, con la Cina come nuova superpotenza potrebbe portare in campo nuovi attori e con questo nuovi pericoli”.
Quello svizzero è un esercito di milizia. Parlando di militi, ne abbiamo abbastanza?
“Ci sono molti che vengono da noi per la prima volta. Abbiamo abbastanza quadri e sono molto bravi. Il nostro problema è che ogni anno tra 3 e 5mila persone di troppo escono dal sistema. Questi mancano per la prontezza dell’esercito, mancano anche per gli interventi. E se si fanno i calcoli sul lungo termine, questo appare minaccioso. Entro il 2030 mancherà qualcosa come un quarto degli effettivi. E cosa intendiamo fare? Ci stiamo pensando, sul medio termine stiamo valutando una flessibilizzazione del servizio ed entro il 2023 presenteremo le nostre opzioni per reagire a questo fenomeno”.
Il popolo si è espresso contro gli aerei da combattimento Gripen e potrebbe votare ancora no se dovesse essere chiamato alle urne. In questo caso l’esercito ha un piano B?
“Dal punto di vista dell’esercito non esiste un piano B perché l’esercito è un sistema totale, l’esercito ha bisogno di tutti. In futuro avrà bisogno di cybersoldati, di truppe di terra, di truppe di salvataggio. Ma servono anche mezzi nel cielo per proteggere la popolazione, così come servono dei sensori per poter riconoscere per tempo delle falle nelle difese aeree. Se il popolo dicesse di no o lo facesse anche la politica, sarebbe da ripensare il concetto di sicurezza della Svizzera”.
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