
In questi giorni è tema d'attualità la possibilità di vietare l'utilizzo del telefonino a scuola. "Servono misure forti per proteggere i giovani", ha dichiarato ieri Giorgio Fonio. Sulla tematica si è espresso anche il DECS che resta titubante su un argomento molto più complesso. Noi ne abbiamo parlato con Daniele Parenti, direttore del Centro di risorse didattiche e digitali del DECS:
"A mio modo di vedere è chiaro che il tema è molto più ampio e complesso, personalmente ho qualche perplessità sulle semplificazioni. Cosa significa vietare? Vuol dire che non lo possono portare a scuola e che dobbiamo controllare in tutti gli zaini o mettere dei metal detector per assicurarsi che non ci siano più telefonini? Personalmente sono a favore di una regolamentazione e nel definire una gradualità di utilizzo di questi strumenti. In questo caso le regole ci sono già, semmai dobbiamo davvero - se c'è qualcosa che non funziona - applicarle. Ricordiamoci poi che il divieto non sempre risolve le cose. Vi segnalo che prima dell'introduzione di queste norme c'erano delle scuole che già vietavano completamente l'utilizzo dei dispositivi digitali e vi assicuro che anche in quelle scuole c'erano episodi di cyberbullismo. Anzi, alcune hanno avuto episodi anche forti e vi era un divieto".
Quindi non vietare, ma educare; la scuola cosa fa?
"Non siamo noi che diamo i telefoni ai ragazzi, quindi cerchiamo di educare. Da una parte abbiamo un'impostazione del piano di studio che definisce tecnologie e media come una competenza trasversale; in ogni materia bisogna quindi trattare la dimensione del digitale. Noi come DECS rinforziamo questo sistema con dei momenti di alfabetizzazione digitale in prima: l'idea è anche quella di portarlo in seconda. Promuoviamo anche una serie di attività legate all'educazione ad un uso consapevole delle tecnologie, diverse attività sul cyberbullismo o sul sexting, la comunicazione online sulle fake news. Lo facciamo anche in collaborazione con diversi enti: ASPI, Croce Rossa, ecc. È chiaro che non è mai abbastanza, in questo momento il lavoro educativo è molto importante ed è centrale".
In generale i giovani hanno una consapevolezza digitale?
"Mi permetterei di rigirare la domanda e chiederle in modo provocatorio: gli adulti sono consapevoli dell'uso che viene fatto del digitale? Perché il problema è più ampio rispetto alla relazione che gli adulti hanno con il digitale e con gli adolescenti. Io credo che i ragazzi abbiano delle forme di consapevolezza anche alte, ma dobbiamo accompagnarli, come genitori e adulti. È per questo che bisogna fare un lavoro di rete, perché poi alla scuola viene chiesto quasi di "purificare" quello che succede, ma il problema è più complesso".
Chi propone il divieto assoluto a scuola sostiene che sia anche un modo per combattere il cyberbullismo, cosa ne pensa?
"Il fenomeno è drammatico, ma i dati che abbiamo ci dicono che la maggior parte degli episodi di cyberbullismo avvengono fuori dagli orari scolastici, quindi ancora una volta la questione è complessa. C'è un noto psicologo italiano che propone anche in modo provocatorio di vietare telefoni e social ma dagli 0 agli 80 anni, perché il problema è più ampio ed è della società. Quindi certo che ci vogliono le regole, ma bisogna lavorare molto sulla relazione che abbiamo come adulti o genitori con gli adolescenti e anche sulla relazione che come adulti e genitori abbiamo con il digitale".

