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Ticino
Il coronavirus e le misure copia-incolla
Foto CdT/ Chiara Zocchetti
Foto CdT/ Chiara Zocchetti
Filippo Suessli
6 anni fa
Uno studio dell’Usi mostra come le norme per il contenimento del virus siano spesso adottate (o non adottate) perché lo fanno i Paesi vicini

Chiusura delle scuole, chiusura dei negozi, cancellazione degli eventi, limitazioni alla mobilità. Sono queste le principali misure che abbiamo conosciuto durante il mese di marzo quando la pandemia si è fatta strada in Europa. Pensate, l’80% dei Paesi appartenenti all’Ocse le ha adottate nel giro di due sole settimane. Chiaramente la pandemia è la stessa, ma i paesi sono molto diversi. Sembra quindi difficile che una risposta tanto univoca possa essere legata solo al fatto che tutti stessero vivendo la medesima situazione: infatti all’interno dell’Ocse ci sono paesi con sistemi sanitari decisamente diversi, ma diversi sono anche la demografia e il livello di contagi da Covid-19.

Per questo il professore dell’Usi Stefan Arora-Jonsson ha condotto uno studio su come le misure di contenimento del coronavirus sono state applicate nei vari paesi. Il ricercatore dell’Istituto di managemento e organizzazione dell’Usi ha collaborato per questo con la Linköpings Universitet, il Ratio Institute di Stoccolma e la Göteborgs Universitet. Cosa emerge? Vi sarebbe una “pressione” ad agire, si legge in un comunicato dell’Usi, “che potrebbe aver spinto alcuni Governi a ‘chiudere’ troppo preso – o troppo tardi”.

L’influenza dei vicini

La ricerca ha scoperto che la rapidità di introduzione di una determinata misura “è correlata più al numero di Paesi della stessa area che hanno già adottato quella misura, che non alla situazione specifica in termini di esposizione a COVID-19, struttura demografica o tenuta/potenzialità del sistema di cure”, si legge. I ricercatori parlano di un vero e proprio “meccanismo di emulazione”, già conosciuto nell’agire dei governi in altre situazioni. Insomma, quando non si hanno certezze sull’efficacia di una scelta, “il numero di Paesi che hanno già fatto questa scelta funge da ‘validazione sociale’, in particolare se si tratta di Paesi considerati importanti”.

La pressione

Vi è poi la pressione. Caso evidente è quello della mascherina, obbligatoria al chiuso in Italia e in alcuni cantoni svizzeri, ma non in Ticino. Lo studio mostra che “se una misura è vista in modo positivo: al di là dell’effettiva utilità di applicare quella misura alla luce della situazione specifica del proprio Paese, i governanti si ritrovano a fare i conti non solo con il rischio di sbagliare, ma anche con il timore di essere accusati di negligenza o comunque di fare la figura degli ‘ultimi della classe’”, si legge nel comunicato dell’Usi.

Democrazia e misure

Lo studio ha anche analizzato come ha influito la “solidità delle istituzioni democratiche” con la scelta di introdurre misure. È emerso che i paesi “con una democrazia più consolidata”, hanno mostrato maggiore prudenza nell’introdurre misure restrittive. Vi è, però, da dire che questi paesi si sono mostrati anche più suscettibili all’effetto emulazione.

Tempi giusti?

Lo studio di Arora-Jonsson, quindi, solleva il dubbio che molti Paesi abbiano sbagliato le tempistiche a causa di questa pressione dettata da ciò che facevano i loro vicini, o dalle richieste della popolazione di fronte a ciò che osservavano accadere all’estero. Qualcuno potrebbe averlo fatto troppo presto, anche quando la situazione epidemiologica non lo giustificava ancora, o troppo tardi, quando la diffusione del virus era già molto estesa.

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