
Il 5% dei nuclei famigliari a Lugano non raggiunge il fabbisogno minimo vitale e senza l’intervento dello Stato questa percentuale sarebbe ancora superiore, raggiungendo il 18.6%. A questa cifra si sommano le persone considerate a rischio povertà (corrispondente all’1% della popolazione) in caso di spese impreviste o cambiamenti di vita (malattia, divorzio, pensionamento). È quanto si evince dal terzo studio commissionato dalla Città di Lugano, affidato all’Istituto Tiresia, per analizzare la situazione socioeconomica della popolazione residente. L’analisi è stata condotta su un campione di 53’538 persone (pari all’82.8% della popolazione di riferimento), aggregata a 26’456 nuclei abitativi sulla base dei dati fiscali del 2016. La situazione potrebbe quindi essere peggiore con l’arrivo della pandemia, ma al momento “è ancora prematuro avere una panoramica completa degli effetti del coronavirus”, specificano gli autori dello studio.
Dall’analisi è emerso che i gruppi particolarmente a rischio sono le famiglie monoparentali, le persone sole, senza formazione postobbligatoria, senza attività lucrativa e persone di economie domestiche con una bassa partecipazione al mercato del lavoro. L’analisi non serve solo per identificare i nuclei familiari che non raggiungono il fabbisogno finanziario minimo per accedere agli aiuti delle normative in vigore, ma anche per identificare misure comunali di intervento a favore dell’occupazione. Lo studio ha infatti proposto un Piano d’azione con misure di accompagnamento, formazione e collocamento, raccomandando una strategia comunale a lungo termine, con interventi in sinergia tra i diversi modelli di aiuto, partenariati tra ente pubblico, privati e associazioni, e l’accompagnamento personalizzato degli utenti in situazione precaria.
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