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Il 16% della popolazione svizzera è toccata da povertà, Caritas lancia l'allarme per il 2026
Redazione
19 ore fa
Tra salari sotto pressione, costi in aumento e working poor, Caritas avverte: il rischio povertà cresce anche in Ticino. Ticinonews ne ha quindi parlato direttamente con Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino.

Ieri, in occasione del suo 125º anniversario, Caritas Svizzera ha lanciato l’allarme: il 2026 sarà un anno difficile per molte famiglie che già fanno fatica, e questo per più motivi: aumento del costo della vita, dei premi di cassa malati, la pressione sul mercato immobiliare e la stagnazione dei salari bassi. Ticinonews ne ha quindi parlato direttamente con Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino.

L'intervista

Le previsioni a livello nazionale valgono anche per il nostro Cantone, dove i salari sono al di sotto della media elvetica. Cosa devono aspettarsi queste famiglie nel 2026?
“C’è una forte pressione sui salari e sui redditi delle famiglie, ed è un tema registrato dall’Ufficio federale di statistica. In questo senso, Caritas Svizzera riporta una serie di indicatori che fotografano una realtà che è in divenire. Il tema, però, è anche il non focalizzarsi unicamente sull’aspetto economico, ma riuscire ad ampliare lo sguardo. La povertà – soprattutto quella alle nostre latitudini – è infatti un fenomeno complesso, che ha a che fare con il reddito, ma non solo. Identificare dunque le cause unicamente in una difficile ridistribuzione dei redditi rischia di non far emergere tutte le difficoltà”.

La povertà ha molte sfaccettature. L’Ufficio federale di statistica fornisce una cifra: tocca il 16% della popolazione. Ma come facciamo a definire “povero”? È una questione di reddito, visto che esistono soglie precise?
“La povertà è indicata su parametri economici e si parla di povertà relativa, non assoluta. In Svizzera la povertà non si manifesta solo con il volto dell’indigenza, ma è interessante ragionare anche sulle condizioni di contesto: Caritas Svizzera cita i dati sui working poor. Una delle grandi matrici della disuguaglianza è il lavoro. Dalla nostra prospettiva osservatoria, circa il 40% delle persone ha un guadagno intermedio, ma se si approfondisce si scopre che spesso si tratta di lavori ad ore, a percentuale, stagionali o a tempo determinato, e di persone costrette a sommare più impieghi per avere un reddito minimamente dignitoso. Il tema non è solo economico, anche se la pressione sui premi di cassa malati esiste, e alcuni gruppi sono più sotto pressione di altri, ovvero il ceto medio che si trova appena sopra la soglia di povertà e che ha accesso limitato ai sussidi. Il tema è quini certamente economico, senza banalizzare la pressione sui salari. Un dato del 2024 mostra, infatti, che il Ticino ha un divario del 19% rispetto al salario mediano svizzero. Oggi molte famiglie, dopo aver pagato tutto, non hanno più margine. Ma vanno considerate anche le condizioni di contesto. Forse andrebbe ripensato il tema della comunità”.