
Avevano scatenato un polverone le dichiarazioni espresse lo scorso 1° agosto dal presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli, il quale aveva auspicato un ritorno alle urne per rivedere il voto sull'iniziativa contro l'immigrazione di massa dell'UDC.
Tra le varie reazioni c'era stato chi, addirittura, era arrivato al punto di minacciare di morte il ministro. L'UDC, per esprimere il suo dissenso, era rimasta su livelli istituzionali, inoltrando un'interrogazione al Consiglio di Stato (primo firmatario Eros N. Melllini) per chiedere un parere sulle dichiarazioni di Bertoli, giudicate inopportune ed irrispettose della collegialità governativa.
Ma il Governo non è dello stesso parere. Rispondendo all'interrogazione, scrive che "come cittadino, un consigliere di Stato è libero di avere le proprie idee su temi generali o specifici e non spetta al Governo come collegio disquisire sulle opinioni personali dei suoi membri né di condividerle, criticarle o non condividerle o addirittura di distanziarsene ufficialmente con parole di scusa."
Un consigliere di Stato, "nei limiti beninteso della dignità della funzione che ricopre, è legittimato ad esprimere le sue considerazioni su temi sensibili di grande portata politica ed istituzionale", compresa quindi la politica di immigrazione.
Il Consiglio di Stato sottolinea poi che, al di là delle dichiarazioni del 1° agosto, Bertoli "sostiene la politica perseguita dal Governo per affrontare, arginare e risollevare (pur nei limiti ristretti delle competenze cantonali) il fenomeno del frontalierato e dei cosiddetti padroncini, con gli effetti collaterali che essi comportano."
"Il nostro collega non si è mai sottratto ai suoi impegni di membro dell'autorità esecutiva del Cantone ed anche dinanzi a decisioni formali e ufficiali su temi specifici si è sempre attenuto al principio della collegialità" aggiunge il Governo.
Bertoli, quindi, non ha sbagliato. Era libero di esprimere la propria opinione e l'ha fatto. Tutto qui.
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