
Classe 1939, ma brillantezza e fervore intellettuale di un ragazzino: il piacentino Marco Bellocchio è un vulcano in eruzione, che spegne la pioggia di Piazza Grande!
Non è una persona particolarmente loquace il regista del mitico "I pugni in tasca" - proiettato in seconda serata proprio nella suggestiva cornice "open" del Festival del Film di Locarno - ma è quello che dice e come lo dice che rapisce.
Il cineasta di Bobbio - strappato in questi giorni proprio alla kermesse del suo paese d'origine - abbina alla simpatia la saggezza, e all'ironia la crudezza della praticità.
"Il mio consiglio ai registi di domani? Abbiate coraggio, sarò banale, ma è quello che sento di dirvi". E, detto dal cantore che ha diviso e spiazzato l'opinione pubblica, non è per nulla un insegnamento insignificante, anzi.
A proposito della copia... verbanese del film che lo lanciò, questa versione de "I pugni in tasca" è stato appena restaurato dalla cineteca di Bologna ed è quindi una "chicca".
E ancora sul festeggiato di serata, Bellocchio è tornato a Locarno 50 anni dopo, per ritirare il "Pardo d'onore Swisscom": "Allora, al Grand Hotel, ricevetti la "Vela d'argento", oggi passo all'oro, o almeno il colore è quello...".
Grande Marco, a suo agio sul palco come quando racconta l'Italia alla cinepresa!
Il primo film di serata? Dopo i consigli bellochiani, è toccato proprio a una pellicola giovane: "Me And Earl And The Dying Girl" di Alfonso Gomez-Rejon.
CaSco
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

