
Il fatto che sui social media venga rivelato il nome di un delinquente o di una vittima non giustifica l'allentamento dell'attuale prassi che prevede la tutela della personalità di persone coinvolte in procedimenti penali pendenti. È il succo della risposta del Consiglio federale a una mozione, che raccomanda di respingere, del "senatore" Fabio Abate (PLR/TI).
Per Abate, le condizioni che permettono di informare il pubblico su un procedimento pendente sono restrittive: i nomi di autori di reati o delle vittime non sono praticamente mai resi noti. Il rispetto della presunzione di innocenza oppure dei diritti alla personalità prevalgono e impongono un'informazione al pubblico estremamente limitata.
Tuttavia, sempre più spesso sui social media, ad esempio Facebook, queste regole vengono aggirate, come è stato il caso del recente decesso di una ragazza in un albergo di Locarno. Le circostanze particolari di quanto accaduto hanno generato un interesse mediatico a livello internazionale; gli organi di informazione di altri Paesi hanno così pubblicato nome e cognome delle persone coinvolte. I media svizzeri sono quindi svantaggiati rispetto a quelli esteri. Considerata la situazione, la regole vigenti in Svizzera andrebbero perlomeno allentate.
Per il Consiglio federale, il diritto in vigore pondera giustamente i diversi interessi in gioco: la normativa si è dimostrata efficace e lascia alle autorità il necessario margine di manovra, per cui non occorre adeguarla. Inoltre, proprio i social media imporrebbero di aumentare la protezione dei diritti della personalità piuttosto che di indebolirla.
Il fatto che l'identità delle vittime o degli imputati sia talvolta pubblicata senza scrupoli nelle reti sociali o nei media tradizionali non costituisce un motivo per allentare le severe condizioni vigenti per le autorità.
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