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Ambiente
I laghetti alpini ticinesi sono meno acidi
Immagine Dipartimento del territorio
Immagine Dipartimento del territorio
Thomas Schürch
4 anni fa
L’analisi dei dati raccolti in venti laghi di montagna ticinesi mostra un progressivo recupero dall’acidificazione. Ciò è principalmente riconducibile alla riduzione delle emissioni di anidride solforosa.

Il livello di acidità nei laghetti alpini ticinesi è diminuito. A comunicarlo è il Dipartimento del territorio (Dt), che ha provveduto a effettuare i prelievi annuali delle acque di venti laghi allo scopo di analizzarne i principali parametri chimici.

I risultati

L’analisi dei dati raccolti, si legge in un comunicato, evidenzia “un progressivo recupero dall’acidificazione”. Ciò è principalmente riconducibile alla riduzione delle emissioni di anidride solforosa.  Questa tendenza positiva rappresenta “il presupposto per un recupero della biologia”. Tuttavia, sebbene la maggior parte dei laghi analizzati oggigiorno non siano più acidi, i modelli matematici mostrano come “non siano ancora state raggiunte le condizioni preindustriali”.

Dove sono avvenuti i prelievi

I sondaggi sono stati effettuati nel Lago del Starlaresc da Sgiof, Lago di Tomè, Lago dei Porchieirsc, Lago Barone, Laghetto Gardiscio, Lago della Capannina Leit, Lago di Morghirolo, Lago di Mognòla, Laghetto Inferiore, Laghetto Superiore, Lago Nero, Lago della Froda, Laghetto d'Antabia, Lago della Crosa, Lago d'Orsalìa, Schwarzsee, Laghi dei Pozzöi, Lago di Sfille, Lago di Sascòla, Lago d'Alzasca. I prelievi hanno interessato le concentrazioni di pH, conducibilità, alcalinità, calcio, magnesio, sodio, potassio, solfato, nitrato, ammonio, nitrito, cloruro, fosforo, carbonio organico disciolto, silice e alcuni metalli.

Acidificazione: di cosa si tratta

Il fenomeno dell’acidificazione delle acque superficiali è causato dall’inquinamento atmosferico e ha avuto il suo apice negli anni 80’, “con conseguenti effetti sulla biologia”. Si pensi, ad esempio, alla riduzione della diversità senza cambiamenti della biomassa totale, o, nei casi più estremi, all’eliminazione di tutti gli organismi. Tra i dati emersi spicca in particolare il continuo aumento, proprio a partire dall’inizio degli anni ottanta, del pH e dell’alcalinità dei laghetti alpini.  Diversamente, nella maggior parte dei laghi, le concentrazioni di solfato e nitrato, i principali parametri per determinare l’alcalinità delle acque, “sono diminuite fino al 2010 circa per poi stabilizzarsi”. Di conseguenza, viene ipotizzato che, a corto termine, anche il pH e l’alcalinità cesseranno di aumentare, stabilizzando la situazione attuale e impedendo la continuazione del recupero dall’acidificazione.  Considerato che le deposizioni di solfato hanno raggiunto livelli molto bassi, “un ulteriore recupero dall’acidificazione sarà in seguito possibile unicamente con un ulteriore calo delle emissioni degli ossidi di azoto”.

“Minore diversità biologica”

I laghetti alpini sono ecosistemi estremi, caratterizzati da basse temperature, povertà di nutrienti, lunghi periodi di oscurità invernale, seguiti da un breve periodo con radiazione ultravioletta molto elevata. La maggior parte dei laghi di montagna è presente sul territorio da alcune migliaia di anni, mentre alcuni si sono formati in tempi più recenti come conseguenza del ritiro dei ghiacciai. A causa di tutti questi fattori, rispetto ai corpi d’acqua che si trovano ad altitudini inferiori, i laghi di montagna “sono caratterizzati da una minore diversità biologica”. Essi sono dunque ecosistemi “particolarmente sensibili alle attività antropogeniche” e, se da un lato si può considerare praticamente risolto il problema delle piogge acide, “dall’altro le deposizioni di azoto sono tuttora troppo elevate e gli effetti del cambiamento climatico si cominciano solo ad intravedere”. In questo contesto, l’attività dell’uomo “lascia delle impronte anche ad altitudini molto elevate”.

Gli effetti delle attività antropogeniche

Alle condizioni naturali estreme si sovrappongono gli effetti delle attività antropogeniche: uno dei più drammatici risiede, nel secolo scorso, nella progressiva acidificazione dei laghi più sensibili. Un fenomeno, questo, dovuto alle deposizioni di sostanze inquinanti prodotte durante la combustione di combustibili fossili. Infatti, a partire dall’inizio della rivoluzione industriale, il continuo aumento del consumo di energia fossile ha causato un incremento delle emissioni di anidride solforosa e di ossidi di azoto. Nell’atmosfera questi gas “possono trasformarsi in acido solforico e nitrico, causando precipitazioni acide”.

Il ruolo dell’agricoltura

Anche le emissioni di ammoniaca provenienti da un’agricoltura sempre più intensiva contribuiscono all’acidificazione del suolo e dell’acqua. La composizione chimica di un corpo d’acqua è il risultato di una serie di “complesse interazioni tra la deposizione atmosferica e la roccia”: maggiore è lo strato di suolo e la presenza di rocce carbonatiche, maggiore sarà la capacità del bacino imbrifero di tamponare l’acidità delle deposizioni. Molti dei nostri laghi alpini sono circondati da rocce cristalline (granito, gneiss), che hanno una capacità di neutralizzare l’acidità delle piogge molto bassa, e sono quindi considerati “sensibili”.

L’impatto del cambiamento climatico

In tempi più recenti, la sensibile modifica dell’ecosistema dei laghetti alpini è riconducibile anche al cambiamento climatico. In particolare, “il graduale scioglimento di ghiacciai rocciosi e di nevi perenni espongono alle intemperie nuove superfici rocciose contenenti minerali facilmente degradabili che possono raggiungere le acque superficiali”. In questi casi viene osservato spesso “un aumento significativo soprattutto delle concentrazioni di calcio, magnesio e solfato”. L’innalzamento della temperatura comporta, inoltre, un cambiamento della copertura dei suoli con una migrazione verso altitudini più elevate di molte specie vegetali. Non da ultimo, a causa degli inverni sempre più corti e miti, il periodo vegetativo si sta allungando. Questi fattori “potrebbero portare a un aumento della percentuale di azoto trattenuto nei bacini imbriferi e, di conseguenza, a una diminuzione delle concentrazioni di azoto nelle acque superficiali”. Diversamente, i modelli climatici prevedono in futuro precipitazioni meno frequenti ma più intense che potrebbero causare esattamente il contrario, ovvero “una diminuzione del quantitativo di azoto trattenuto dai suoli e di conseguenza un aumento delle concentrazioni di azoto nelle acque superficiali”.

 

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