
L'equazione più frontalieri uguale più disoccupati, un mantra dell'opinione pubblica ticinese, pare non avere fondamenta scientifiche. A dirlo, uno studio realizzato dall'Istituto di ricerche economiche dell'USI, per conto del Gran Consiglio e della SECO.
La ricerca ha indagato sugli effetti della libera circolazione delle persone sull'occupazione, rivelando che l'effetto "sostituzione" non sussisterebbe. Le aziende, nell'assumere personale, in certi settori sono obbligate a rivolgersi all'estero perché in Ticino mancherebbero figure in grado di lavorare in alcuni ambiti e non lo farebbero quindi per ragioni di costo. In sostanza, non vi sarebbe "alcuna prova che l'impiego di lavoratori frontalieri abbia aumentato il rischio di disoccupazione dei lavoratori nativi".
Un sondaggio tra 328 aziende ha poi cercato di far luce su quali siano allora le ragioni dell'assunzione di dipendenti da oltre confine. A propendere in loro favore sono i relativi profili, più adatti a ricoprire i posti vacanti. Il rapporto salario/prestazioni non sarebbe dunque un fattore rilevante agli occhi dei datori di lavoro.
A preoccupare maggiormente i ricercatori non è dunque lo "spostamento della manodopera attiva in disoccupazione, ma un ostacolo all'entrata nel mercato del lavoro dei residenti". In maggiori difficoltà sarebbero così i giovani "senza esperienza professionale".
Il Gran Consiglio non sarebbe però pienamente soddisfatto dalla completezza dello studio e ha richiesto nuovi approfondimenti.
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