
La pandemia ha avuto importanti conseguenze sulle strutture ospedaliere. Molti reparti hanno registrato un numero inferiore di pazienti rispetto agli scorsi anni. Emblematico è il caso del pronto soccorso dell’ospedale Civico di Lugano. “In certi giorni l’affluenza è stata del 60%-70% in meno. L’atmosfera era a volte piuttosto surreale”, racconta Mattia Lepori, vice capo area medica EOC, ai microfoni di Teleticino. Il calo dell’attività si è sentito soprattutto durante la prima ondata, in particolare tra marzo e giugno, spiega il medico. Durante la seconda ondata lo scenario è stato invece diverso. “Il pronto soccorso ha avuto un ruolo importante nella diagnosi dei pazienti con pochi sintomi ma sospetti di Covid, cosa che non è avvenuta durante la prima ondata”.
I numeri in calo
La diminuzione dell’utenza è comunque stata importante. Se nel febbraio del 2020 le visite sono state 6’226, a marzo si sono pressoché dimezzate, registrando un’utenza di 3’698 unità contro le 7’000 del mese di marzo del 2019 e del 2018. Le cifre sono state ancora più basse nel mese di aprile: 2’702 visite in pronto soccorso. “È venuta a mancare tutta una serie di patologie legate al fatto che le persone si muovevano meno e lavoravano da casa. L’infortunistica alla circolazione stradale, agli infortuni sul lavoro e legate al tempo libero è venuta a mancare”, spiega Lepori. Ma non è solo diminuita la mobilità e l’utenza. Molte persone non si sono recate nelle strutture ospedaliere per paura di contrarre il virus. Per capire però i danni collaterali, è ancora presto per dirlo, spiega Lepori.
La situazione nei reparti di nefrologia e cardiologia
Non solo il pronto soccorso ha subito gli effetti collaterali della pandemia, anche altri reparti ospedalieri hanno dovuto fare i conti con un calo dell’utenza, come per esempio i reparti di nefrologia e cardiologia. “In Ticino ci sono dai 200 ai 250 pazienti che fanno emodialisi e che hanno bisogno di una terapia in ospedale tre volte alla settimana”, spiega Pietro Cippà, primario di nefrologia all’Ospedale regionale di Lugano. “Tutti i controlli non assolutamente necessari sono stati cancellati o posticipati ed è sicuro che in alcuni casi le cure o la diagnostica è stata rallentata in questo processo. È difficile quantificare l’impatto di queste misure. I pazienti ritenuti a rischio li abbiamo seguiti e cercato di tenerli sotto controllo, contattandoli telefonicamente per delle consultazioni e valutazioni. È probabile che alcune cose siano sfuggite o che non si siano state svolte in modo ottimale. A livello internazionale degli studi hanno dimostrato che le morti collaterali sono dei numeri non indifferenti. A livello locale posso dire che il nostro sistema sanitario è estremamente ben sviluppato e capillare, ciò che ha permesso di ovviare a una parte di questi problemi. È probabile che questa fase di pausa abbia comunque avuto ripercussioni negative”.
Anche il vice primario di cardiologia del Cardiocentro Marco Valgimigli conferma questa tendenza. “Abbiamo visto una riduzione del 50-70% dei pazienti durante i mesi critici tra marzo e maggio”. Una tendenza che si è riscontrata anche in altri nosocomi in Svizzera e all’estero, spiega il medico. “Non crediamo che gli infarti siano spariti, ma è probabile che molti pazienti fossero terrorizzati di venire in ospedale. Questo ci porta a pensare che ci sia un enorme danno collaterale alla malattia stessa”.
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