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Medio Oriente
Guerra USA-Iran: «Un conflitto senza un piano»
Redazione
2 ore fa
Secondo l’ex colonnello italiano Orio Giorgio Stirpe mancano strategia e obiettivi da parte degli USA nel conflitto con l'Iran: «È come un pugile che colpisce un sacco da allenamento: il sacco non si stanca, il pugile sì».

Nel pieno dell’escalation tra Stati Uniti e Iran, il presidente Donald Trump, in un discorso rivolto alla nazione ieri sera, ha affermato che gli Stati Uniti sono «vicini al raggiungimento» degli obiettivi e ha promesso nuovi attacchi «con estrema durezza» per ancora due o tre settimane. Per quanto riguarda invece lo stretto di Hormuz, di rilevanza strategica per la distribuzione di idrocarburi in tutto il mondo, Trump ha invitato i Paesi che ne dipendono a «occuparsi» di risolvere il blocco imposto dall’Iran. Per cercare di comprendere gli ultimi sviluppi di una guerra che perdura ormai da oltre un mese e ipotizzarne quelli futuri, abbiamo interpellato Orio Giorgio Stirpe, già colonnello dell’Esercito italiano in congedo, specializzato in intelligence operativa e analisi militare.

In un’intervista pubblicata ieri dal quotidiano ItaliaOggi, lei ha affermato: «Mentre l’operazione in Iraq è stata pianificata bene, questa non è stata pianificata». Ci aiuta a capire a che tipo di conflitto siamo di fronte e qual è l’obiettivo di Trump?

«L’obiettivo di Trump non è chiaro. Il timore che sta emergendo è che non sia chiaro nemmeno al Pentagono. Normalmente è l’autorità politica di vertice a comunicare ai militari il risultato finale desiderato — il cosiddetto end state — che dipinge la situazione che si vuole ottenere attraverso un’azione militare. A partire da questo, i militari pianificano. Per poterlo fare, però, è necessario che sia ben chiaro ciò che si vuole ottenere.

Se il presidente voleva rimuovere il regime iraniano, quello che sta facendo finora è colpire le forze armate e le capacità economiche dell’Iran, ma non le basi del regime che controlla il Paese. Quindi impoverisce il Paese, ma non ottiene quello che doveva essere l’obiettivo, almeno per come è stato presentato all’opinione pubblica.

Questo è un conflitto asimmetrico, in cui i due contendenti sono diversissimi tra loro. La similitudine che mi viene per descrivere quanto sta accadendo è quella di un campione del mondo dei pesi massimi della box che prende a pugni il suo sacco da allenamento: è una battaglia, chi vincerà tra il pugile e il sacco? Il problema è che il sacco non si stanca; il pugile, per quanto forte, prima o poi sì».

Possiamo ipotizzare quando terminerà il conflitto?

«La sensazione è che Trump stesso non sappia cosa voglia ottenere. Il rischio è che si vada avanti finché il presidente non trova un modo per districarsi. Probabilmente cercherà un successo di facciata, un’operazione che gli permetta di dichiarare vittoria e chiudere le operazioni. Toccherà poi a qualcun altro ripristinare il traffico attraverso lo stretto di Hormuz.

Nel paragone con il pugile, la «stanchezza» degli Stati Uniti è rappresentata dai livelli dei depositi di munizioni disponibili. Gli USA non hanno solo l’Iran come possibile avversario e devono tenere conto di altri scenari. A un certo punto il Pentagono potrebbe segnalare che le scorte stanno scendendo sotto i livelli minimi consentiti, e che non è più possibile continuare a impiegarle in un conflitto che non è esistenziale».

È possibile che il regime venga rovesciato dall’interno?

«C’era questa possibilità, ma avrebbe richiesto una pianificazione e cooperazione precisa fin dall’inizio. Nel cosiddetto end state si sarebbe dovuto prevedere il sostegno all’opposizione interna. Sarebbe stato necessario distribuire strumenti di comunicazione, come starlink e telefoni satellitari, fornire supporto logistico e anche militare, creare aree sicure per i dimostranti e selezionare una possibile leadership alternativa capace di parlare al Paese. Nulla di tutto questo è stato fatto. Di conseguenza, oggi l’opposizione subisce gli attacchi americani esattamente come il regime. Il regime in quanto tale è più forte oggi di quanto lo fosse all’inizio delle operazioni».

Le conseguenze economiche del conflitto iniziano a farsi sentire, soprattutto con la chiusura dello stretto di Hormuz. Proprio oggi il Corriere della Sera titolava: «L’ultimo carico di cherosene per l’Europa arriva il 9 aprile: rischio voli cancellati quest’estate». L’ipotesi di una guerra lampo sembra quindi sfumare: le conseguenze si faranno sentire anche nei prossimi mesi?

«Sulla durata delle conseguenze economiche non entro nel merito, non è il mio campo. Ma è evidente che ci saranno forti pressioni da parte di altri dicasteri per porre fine al conflitto. La differenza, rispetto a Putin, è che Trump può fermare questa guerra quando vuole: gli basta dire stop, e l’Iran non ha la capacità di inseguire gli Stati Uniti su questo piano. Nel momento in cui il dolore economico supererà il beneficio politico e militare, Trump potrà decidere di cessare il fuoco».