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La testimonianza
Guerra in Medio Oriente, Di Marco: "Non c'è più posto sicuro"
3 anni fa
Abbiamo raccolto la testimonianza di Myriam Di Marco, ricercatrice alla facoltà di teologia dell'USI, che per un periodo ha vissuto in Israele e nel paese Medio Orientale ha ancora diversi amici e conoscenti.

"Sono in contatto costante con gli amici e i conoscenti che vivono in Israele, ci sentiamo ogni minuto, ogni ora, ogni giorno. Sono tutti molto spaventati, ascoltano le notizie dei telegiornali e hanno la radio costantemente accesa". È questa la realtà israeliana dopo l'attacco missilistico di Hamas avvenuto sabato. A raccontarlo a Ticinonews è Myriam Di Marco, ricercatrice in filosofia politica del Medio Oriente alla facoltà di teologia dell'USI, che in Israele ha vissuto per un periodo insieme a sua figlia. Un'esperienza raccontata anche nel libro "Mamma ritorneremo? Il mio normalissimo Israele". Lei di quella terra ricorda "la grande solidarietà, sia individuale, sia di gruppo". 

"Si spera che non arrivi un terrorista alla porta"

Le sirene, continua a spiegare, "annunciano l'arrivo dei missili. Mentre gli uomini vengono richiamati a prestare servizio militare e chi ha più di 50 anni si offre volontario nelle forze armate. Le donne si ritrovano quindi negli appartamenti da sole con i propri figli, sperando che non arrivi un terrorista alla porta e prema il grilletto. I supermercati sono presi d'assalto, ci sono interi scaffali vuoti, soprattutto per quanto riguarda frutta e verdura. I bambini sono tornati a seguire le lezioni da remoto, così da non dover uscire di casa. Mentre al nord i cieli sono controllati dagli elicotteri". Ma nella fotografia descritta a Ticinonews c'è anche spazio alla quotidianità. "Ieri alcuni villaggi arabi a settentrione hanno sparato dei fuochi d'artificio perché erano stati pubblicati i risultati degli esami della facoltà di medicina. Si cerca quindi di trovare un briciolo di serenità in una situazione che, ancora una volta, è stata stravolta".

"La popolazione israeliana è sempre stata sotto pressione, non hanno mai abbassato l'allerta. Ricordo che quando sono arrivata in Israele mi hanno detto di calcolare i minuti che servivano per coprire il tragitto dall'appartamento al bunker anti-atomico. Ai tempi la tensione era alta con il Libano. Attualmente il contesto è diverso perché oltre ai missili ci sono le cellule organizzate che sparano per le strade ed entrano nelle case. La sicurezza dei confini territoriali non c'è più, non c'è posto sicuro", aggiunge Di Marco.

Le prospettive

Attualmente, continua la ricercatrice, "c'è grande preoccupazione, soprattutto per le nuove generazioni. Loro non hanno mai affrontato una guerra, non sanno come affrontare questa situazione. Sono ragazzini che prendono in mano una mitragliatrice per difendere Israele. Le mamme sono molto preoccupate perché vedono i propri figli partire e non sanno se questi torneranno. Alcuni pensano di emigrare in altri Stati, ma la maggior parte delle persone vogliono restare e difendere il proprio territorio".

"Mia figlia vuole tornare in Israele"

In Israele, come detto, Di Marco ci ha vissuto per un periodo insieme a sua figlia. "Continua a chiedermi dei suoi amici, mi domanda il motivo per cui non possono venire qui. Vuole sapere se si trovano nei bunker e se usano il braccialetto anti-smarrimento, come avevano imparato a fare a scuola. Percepisce che la situazione è difficile, ma vuole tornare lo stesso".

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