
L'OCST torna oggi ad attaccare la politica in materia di permessi condotta dal dipartimento diretto da Norman Gobbi.
In un comunicato, il sindacato diretto da Meinrado Robbiani espone il caso concreto di una 36enne italiana, ausiliaria tuttofare, nubile, occupata dal 2003 presso una ditta che gestisce cantine nei grandi cantieri edili.
La donna affronta turni di lavoro particolarmente disagiati (sovente impegnata dalle ore 02.30 di notte fino alle 12.30) ed è indotta ad alloggiare negli alloggi messi a disposizione dal datore di lavoro per essere reperibile e svolgere più agevolmente i turni di lavoro. Sua madre e sua sorella sono residenti nel sud Italia.
Il sindacato scrive che l’Ufficio della migrazione, asserendo che il centro di vita e di interessi della donna non è situato nel nostro Paese ma all’estero e più precisamente dove vive la madre, non solo le ha negato il permesso di domicilio recentemente richiesto ma le ha persino revocato il permesso di dimora che possiede da dodici anni, ingiungendole di lasciare la Svizzera nell’arco di due mesi.
"Richiede un certo sforzo mentale immaginare che una lavoratrice di 36 anni, da oltre una dozzina di anni a più di 1’300 chilometri di distanza dal domicilio della madre e della sorella, continui a rimanere aggrappata alle gonne materne tanto da poterla considerare appartenente all’economia domestica della madre" scrive l'OCST. "Per l’Ufficio cantonale della migrazione va invece da sé."
"Quello descritto non è purtroppo un caso isolato" prosegue il sindacato. "Le segnalazioni di questo genere tendono ad aumentare. L’inflessibilità, con la quale gli ingranaggi dell’Ufficio della migrazione stanno cercando di scovare e colpire chi è sospettato di avere un cordone ombelicale con l’estero, sta infoltendo l’elenco delle revoche."
L’OCST ricorda di aver già avuto modo di stigmatizzare le minacce di revoca del permesso formulate all’indirizzo di persone residenti che usufruiscono di assegni familiari integrativi o di prima infanzia poiché considerate beneficiarie di prestazioni assistenziali. "Si è ora di fronte ad un ulteriore filone di revoche, ruotante attorno al concetto di centro di vita e di interessi" sostiene il sindacato.
"Emerge una linea di inasprimento che travalica l’obiettivo – peraltro condivisibile – di combattere gli abusi per collocarsi su un terreno visibilmente carente di discernimento e di senso della misura" scrive l'OCST. "Nel clima odierno di preoccupazione per gli effetti della libera circolazione, questo indirizzo rischia di passare inosservato e di sollevare obiezioni solo sporadiche. L’attuale contesto di diffidenza e di inquietudine non dispensa tuttavia dal salvaguardare quel soffio di equità senza il quale la vita collettiva si affloscia."
L'OCST chiede quindi al Dipartimento delle Istituzioni di indicare con chiarezza gli obiettivi e la linea che intende perseguire: "Solo in questo modo è possibile innestarvi un dibattito aperto e opzioni trasparenti."
"Il Consiglio di Stato è sollecitato da parte sua a dire se si riconosce in questa linea" conclude l'OCST. "Nel farlo, oltre ai preminenti aspetti umani che solleva, dovrebbe anche considerare che gli eccessi qui evidenziati, in aggiunta ad altre forzature recenti, potrebbero incrinare ulteriormente le relazioni con l’Italia. In questa eventualità verrebbe a trovarsi a disagio la posizione negoziale della Confederazione in un momento di trattative delicate sulle questioni fiscali. In una visione di lungo termine, il governo cantonale dovrebbe al contrario favorire quel ruolo di cerniera tra la Svizzera e l’Italia che potrebbe conferire al nostro Cantone una funzione strategica di interesse nazionale, facendone un perno ineludibile delle relazioni economiche e politiche tra i due Stati."
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