
I tempi della giustizia non sono tutti uguali, sottolinea il Caffè nella sua edizione odierna. A volte le inchieste per reati finanziari sono complesse, sconfinano in altri Paesi dove si allungano nell’attesa di rogatorie e accertamenti. Ma ci sono anche procuratori, fra gli otto che si occupano dei dossier economici, che in un anno riescono a chiudere solo da 5 a 10 inchieste mentre gli altri dodici colleghi seguono gli altri reati penali e raggiungono quota 25-30. E c’è anche chi resta su un incartamento per mesi. Tanto che periodicamente sono affiorate polemiche nella magistratura.Ma al di là delle impressioni, la verità è che non c’è alcun riscontro statistico. Lo ha messo in evidenza all’inaugurazione dell’anno giudiziario, rammaricandosene, lo stesso ministro Norman Gobbi, notando "ancora una volta l’assenza di indicazioni della durata dei procedimenti". Un monitoraggio che ormai avviene ovunque. E che è importante per valutare, ha notato Gobbi, "se i ritardi sono ascrivibili a carenze e lacune nell’organizzazione", oppure se sono "legati a responsabilità personali".Il dubbio resta. Anche se nel rendiconto annuale dell’attività della magistratura ticinese, dove si parla di "dati lusinghieri", si dice che sbaglia chi cade "nella tentazione di valutare l’operato dei magistrati unicamente in funzione del numero di incarti chiusi". E sbaglia perché "così facendo rischia di privare i cittadini del loro diritto di rivolgersi a tribunali che abbiano come prima preoccupazione quella di rendere una giustizia giusta e non quella di concludere l’anno con un risultato d’esercizio quantitativamente positivo".
Maggiori dettagli nell'edizione odierna del Caffè
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