
La Svizzera, e non solo, è sotto shock. È accaduto ancora, purtroppo. Un'altra volta uno stupratore condannato è riuscito a eludere le maglie dei controlli e ricadere nel suo perverso errore. L'uccisione dell'educatrice Adeline sta scatenando un'ondata di indignazione popolare. Si chiuda gli stupratori in cella e si getti la chiave, è il commento più diffuso, se si vuole omettere quelli che richiedono soluzioni più drastiche e definitive. Ma gli esperti del settore non la pensano così. Un reinserimento nella società va programmato. Con tutte le precauzioni del caso, ma va programmato, perché prima o poi anche gli stupratori avranno il diritto di tornare nella società ed è meglio che vi arrivino preparati.Paolo Giulini, fratello del presidente dell'ACB, è un luminare nel campo del reinserimento nella società di persone condannate per reati sessuali, stupratori e pedofili. A Bollate dirige un programma di intervento volto a evitare che, una volta uscite dal carcere, questa persone ci ricaschino. Giulini era entrato in contatto anche con le autorità ticinesi in vista di un possibile programma alla Stampa di Lugano sulla base di quello milanese. Ma poi non se ne fece nulla. Giulini si dice distrutto dalla notizia che oggi giunge da Ginevra. "Mamma mia, una tragedia!" esclama quando gli raccontiamo l'accaduto. "Non conosco il caso specifico, ma mi sembra strano che questo stupratore si trovasse da solo con la sua educatrice. I programmi di intervento sono sì necessari, ma anche estremamente delicati e vanno effettuati all'interno di un team, con competenze sia psicologiche che criminologiche. Ci deve inoltre essere una struttura complessiva che parte dal carcere e si articola sul territorio." I programmi di reinserimento nella società, malgrado siano mal visti tra la popolazione, sono indispensabili, secondo Giulini. "Sì, perché né in Svizzera né in Italia sono previsti l'ergastolo o la pena di morte per gli stupratori e i pedofili. È quindi necessario pensare a cosa succederà una volta che questi escono dal carcere." Questi programmi partono già dal carcere, dove si sviluppano in tre fasi. "La prima è quella di ospitare i sex offender in una struttura isolata dal resto del carcere, creando il clima ottimale per l'avvio della terapia.La seconda è di utilizzare il gruppo come uno strumento di confronto e introspezione. La terza, di puntare al progressivo reinserimento di queste persone tra gli altri detenuti, preparandoli gradualmente alla scarcerazione".E, come ci spiega Giulini, spesso i trattamenti comportamentali funzionano. "Si riduce il rischio di recidiva di oltre il 70%. In media solo il 17% delle persone condannate per reati sessuali ricade in errore. E qui a Bollate, con il nostro programma, siamo riusciti ad abbassare questa quota al 3%. Certo, queste persone hanno sempre il rischio di ricadere, come gli alcolisti per esempio, e non tutti sono predisposti a seguire dei programmi del genere. Importante è già la volontà di cambiare della singola persona. Ma è indispensabile abbinare alla punizione un trattamento comportamentale." ASPer maggiori informazioni sul Progetto Bollate diretto da Paolo Giulini: www.cipm.it
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