
Giorgio Giudici se ne va. Non appena la notizia è rimbalzata sui social network, il Ticino, non solo politico, ha reso omaggio al re. Perché Giorgio Giudici re lo è stato davvero. Le sue visioni hanno catapultato Lugano tra le città più importanti del Paese. Una missione non evidente in un Cantone abituato a dividersi più che ad unirsi, dove la logica delle grandi famiglie ha spesso la meglio sul bene della cosa pubblica. Il suo grande fiuto politico e la sua innegabile capacità di ragionare andando oltre gli steccati hanno trasformato in realtà progetti senza dei quali il Ticino sarebbe rimasto al palo. L’Università della Svizzera italiana ne è soltanto un esempio. Spinto da un amore smisurato per la città in cui è nato, in questi anni ha portato Lugano al di fuori dei confini, raggiungendo il cuore della Russia e spingendosi oltre la muraglia cinese. Consapevole, che se il Ticino avesse continuato a ripiegarsi su sé stesso, avrebbe decretato la sua fine. Oggi il re lascia una città che in una decina di anni ha raddoppiato la sua popolazione. L’annuncio del pomeriggio non è un fulmine a ciel sereno. Dalle elezioni di aprile, che l’hanno visto uscire sconfitto dalla lotta per il sindacato, Giudici non era più lo stesso. Le sue sempre più frequenti assenze alle riunioni di partito non passavano certo inosservate. I problemi di salute e la recente partenza di suoi due compagni di vita - Giuliano Bignasca e Giovanni Cansani - hanno fatto il resto. Dopo più di trent’anni di regno, il re si fa da parte. Largo ai giovani dice. Confermando, semmai ce ne fosse mai stato bisogno, quella classe innata che il Paese ha già cominciato a rimpiangere. Prisca Dindo
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