
Dal primo luglio a oggi si sono verificati 36 nuovi casi in Ticino, con due ospedalizzazioni e 450 decisioni di quarantena. Ancora più significativo l’aumento in Svizzera, con diverse giornate sopra i 100 casi. Radio3i ha contattato Christian Garzoni, Direttore sanitario della Clinica Moncucco, per sapere cosa pensa dei recenti sviluppi della pandemia: “Due considerazioni: adesso è evidente, in Svizzera il virus c’è, eravamo un’isola felice in Ticino in seguito a un lockdown di chiusura totale ma le riaperture e i viaggi hanno riportato il virus in circolazione. Adesso siamo attorno ai 5-10 casi in Ticino mentre in Svizzera siamo sempre attorno ai 100. Questo è un dato di fatto con cui dovremo convivere e il timore è che i casi possano aumentare e non diminuire”.
Un virus mutato?
Il direttore sanitario della clinica Moncucco si è espresso anche sulle teorie che il virus sia ora mutato e abbia perso di potenza. Si tratterebbe di un errore di percezione dovuto al numero maggiore di test: “Per quanto riguarda i pazienti ospedalizzati, c’è una falsa credenza di un virus mutato, più tranquillo è che sarebbe diventato come una normale influenza. Non è vero. Noi oggi diagnostichiamo tutti i casi e quindi abbiamo dei numeri più grandi. Su questi numeri abbiamo comunque qua e là dei pazienti che vengono ospedalizzati. La grossa differenza rispetto a prima è che prima diagnosticavamo solo i casi più gravi e quindi sembrava la gente andasse di più in ospedale. In realtà la proporzione è la stessa: circa un paziente su 30, va in ospedale. È il caso anche in Ticino dove ora abbiamo due nuovi pazienti ospedalizzati”.
Ci sono dei casi preoccupanti: ci riferiamo per esempio a chi non rispetta la quarantena.
“Ritengo sia da scriteriati. In Svizzera tedesca ci sono stati i casi di due persone che, in quarantena obbligatoria, non solo non hanno rispettato l’obbligo di legge di completarla, ma addirittura una è andata in discoteca e ha avuto contatti con 300 persone, obbligandole quindi tutte a loro volta alla quarantena. L’altro, un barista, è comunque andato a lavorare sapendo di avere il Covid mettendo quindi a rischio contagio altre persone. Questi sono comportamenti inaccettabili, abbiamo bisogno veramente della responsabilità individuale di tutti. Abbiamo lottato tutti assieme in passato e dobbiamo continuare a farlo”.
L’app Swisscovid è stata scaricata da oltre un milione di svizzeri, ma almeno la metà dei cittadini secondo un sondaggio non è disposto a installarla. Siamo quindi lontani dall’obiettivo del 60%, cosa ne pensa?
“L’applicazione è un ottimo strumento che permette a tutti noi di fare qualcosa per evitare il diffondersi del contagio. E lo fa in maniera selettiva, evitando quindi una chiusura totale della società ma isolando invece solo i contatti di chi è risultato positivo al Covid. Quindi penso che questa sia veramente una questione di responsabilità morale di ogni cittadino e di ogni abitante della Confederazione di utilizzare l’applicazione. Ci tengo anche a sottolineare che tutti i timori in materia di privacy non sono fondati, l’hanno detto sia gli esperti informatici che l’esperto sulla sicurezza dei dati. Oggi diamo dati a destra e sinistra senza preoccuparci, per esempio su Facebook o Whatsapp, applicazioni che trasmettono molti più dati rispetto a Swisscovid, che è totalmente anonimo e permette all’utilizzatore di decidere se seguire o no il messaggio relativo al contatto con persone contagiate. Io spero veramente che il popolo svizzero usi questa applicazione, soprattutto i giovani, perché è solo così che può essere utile. Se il 60% della popolazione la usasse il virus sarebbe contenuto, indipendentemente dai numeri, e si eviterebbero possibili chiusure più importanti”
In Ticino sembra essere stato ben recepito l’obbligo delle mascherine sui mezzi pubblici... oltre Gottardo invece un po’ meno.
“Devo elogiare anche questa volta la popolazione ticinese perché ancora una volta ha risposto bene per quanto riguarda i bisogni della collettività. Le mascherine sono un obbligo per legge quindi non è più motivo di discussione, va semplicemente messa. Io, con altri medici, ho lanciato un appello ad usarla in tutte le situazioni dove non c’è una garanzia della distanza sociale ed è difficile mantenerla, anche solo inconsciamente: uffici, negozi, assembramenti, esercizi pubblici. Non so se le autorità seguiranno questo appello ma spero che l’appello venga raccolto”
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