
Secondo il perito psichiatrico ascoltato in aula, Francesco Jelmini sarebbe affetto da un disturbo di personalità misto che nasce da una difficoltà nella gestione dei rapporti con la prima moglie e anche con il padre, Camillo Jelmini, già consigliere agli stati e grande personalità, con il quale ha sempre avuto un rapporto conflittuale. Una patologia che secondo il perito ha compromesso parzialmente la capacità di valutazione della realtà in Francesco Jelmini.
48 anni, ex avvocato e notaio luganese. Finì in manette alla fine del 2003. È accusato dalla procuratrice pubblica Maria Galliani di ripetuta appropriazione indebita, amministrazione infedele e falsità in documenti. Tra il 2000 e il 2003 utilizzò soldi di alcuni clienti per pagare spese proprie e saldare debiti personali.
Durante il dibattimento, apertosi oggi e condotto dalla presidente della corte delle assise criminali Giovanna Roggero Will, è emerso come lo studio legale fondato da Jelmini nel 1992 fosse nato per essere uno studio di prestigio, per una clientela di prestigio. 4 segretarie, 5 avvocati, tante spese dunque ma l’attività non rendeva assolutamente. Jelmini, inoltre, era sposato con una donna facoltosa abituata ad una vita agiata. Dopo il divorzio e per evitare che si trasferisse in Uruguay a vivere portandosi con sé i figli, Jelmini accettò di firmare una convenzione con la quale si impegnava a pagare all’ex moglie 200 mila franchi all’anno.
Secondo la giudice Roggero Will “una vita al di sopra delle possibilità finanziarie effettive” quella condotta da Jelmini, che poi per coprire i propri debiti ha iniziato a usare soldi di clienti del suo studio legale e cartelle ipotecarie quale garanzia per i numerosi prestiti contratti. Tappava un buco da una parte ma ne apriva uno dall’altra, per un giro di soldi che si aggirava attorno ai 17 milioni di franchi. Per una perdita effettiva inferiore ma dell’ordine comunque di 6 milioni e 200 mila franchi circa. Il processo dovrebbe concludersi giovedì con la lettura della sentenza.
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