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L’intervista
“Finché resisteranno compagnie come questa, il teatro rimarrà uno spazio libero”
Redazione
3 anni fa
Ticinonews ha incontrato l’attore Paolo Rossi a margine delle sue due serate al LAC dove è andato in scena ‘Questa sera si recita a soggetto’. “L’improvvisazione è una disciplina quasi militare”.

Sono state un successo le due repliche di Paolo Rossi al LAC andate in scena mercoledì e ieri sera. L’attore comico ha portato sul palco di Lugano l’improvvisazione d’autore con il pirandelliano “Questa sera si recita a soggetto”. Due ore e mezza di risate e leggerezza, ma con contenuti importanti. Ticinonews lo ha incontrato dopo uno spettacolo.

“Lo spettacolo vero e proprio, cioè il plot pirandelliano, dura circa un’ora e mezza, dipende dalla cifra improvvisativa che si mette in gioco sera per sera. Però diciamo che il resto è delirio organizzato, nel senso che Pirandello giocava molto sulla quarta parete e sulla sua rottura. Noi in questo siamo dei super professionisti, a tal punto che adesso proviamo a romperla non solo dal palco alla platea, ma dalla platea al palco. Anche il pubblico può rompere la quarta parete. Nel finale il palcoscenico si trasforma in una discoteca e la gente balla”.

Questo non significa che non ci sia una grande preparazione dietro
“No, qui c'è molto di più che le prove di uno spettacolo tradizionale, istituzionale, perché l'improvvisazione in realtà è una disciplina quasi militare. Richiede allenamento, è una predisposizione nell'arte dell'ascolto più che della performance”.

Si crea un rapporto, immagino, molto stretto con il pubblico. Cambia molto a dipendenza degli spettatori che vi trovate davanti?
“Il pubblico ha un suo umore, e quindi di sera in sera ha una sua identità. Noi avvertiamo che c'è un cambiamento, molto spesso per qualcosa che capita fuori dal teatro, ma noi improvvisiamo proprio portando in scena, oltre all'attore personaggio, anche la persona e quindi sappiamo cosa succede fuori. E e la quarta parete si rompe anche portandoli fuori dal teatro; alcune serate sono finite in un pub, in un ristorante o per strada. Le cene a volte sono più spettacolari rispetto allo spettacolo confezionato con gli attori”.

Che ruolo ha il teatro nella nostra società?
“Il teatro continua ad essere un luogo pericoloso. Diciamo che fanno di tutto per renderlo innocuo, però non ci riescono né con il politically correct, né con la cancel culture, né con il pensiero unico che va al di là della destra e della sinistra, che poi è il pensiero dei mediocri, di quelli che si vogliono omologare a tutti i costi. Il teatro rimarrà per molto tempo uno spazio libero se resisteranno compagnie come questa. Voglio dire, noi siamo dei commedianti, non siamo la nuova bohème, anche se la inseguiamo, e quindi quando parliamo degli spettatori parliamo (non in termini offensivi) di umani, e noi non lo siamo. E ci teniamo a specificarlo perché certi problemi che hanno gli umani, noi li abbiamo risolti 500 anni fa”.

Lei ha fatto anche tanta televisione, poi però si è dato quasi completamente al teatro. In che rapporti è rimasto con il piccolo schermo?
“Io la televisione l'ho fatta e mi sono divertito a farla, perché ho tentato di farla dal vivo. È stato un periodo in cui c'era un buco di potere in Italia, c'era Tangentopoli, per cui i burocrati sbandieratori della mediocrità non potevano intervenire e ho avuto molta fortuna a centrare quel periodo. Dopo è stato più complicato”.

C'è qualcosa che non ha fatto?
“Io volevo fare il calciatore, ma devo dire grazie perché sono riuscito a giocare cinque volte a San Siro nei derby del cuore. Ho anche segnato un gol, ma il tabellone l'ha assegnato a un altro. Però c'è il video: giuro che l'ho segnato io e comunque è andata bene lo stesso così”.

L'intervista:

 

 

 

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