
Sono state un successo le due repliche di Paolo Rossi al LAC andate in scena mercoledì e ieri sera. L’attore comico ha portato sul palco di Lugano l’improvvisazione d’autore con il pirandelliano “Questa sera si recita a soggetto”. Due ore e mezza di risate e leggerezza, ma con contenuti importanti. Ticinonews lo ha incontrato dopo uno spettacolo.
“Lo spettacolo vero e proprio, cioè il plot pirandelliano, dura circa un’ora e mezza, dipende dalla cifra improvvisativa che si mette in gioco sera per sera. Però diciamo che il resto è delirio organizzato, nel senso che Pirandello giocava molto sulla quarta parete e sulla sua rottura. Noi in questo siamo dei super professionisti, a tal punto che adesso proviamo a romperla non solo dal palco alla platea, ma dalla platea al palco. Anche il pubblico può rompere la quarta parete. Nel finale il palcoscenico si trasforma in una discoteca e la gente balla”.
Questo non significa che
non ci sia una
grande preparazione dietro
“No, qui c'è molto di
più che le
prove di uno spettacolo tradizionale,
istituzionale, perché l'improvvisazione in
realtà è una disciplina quasi militare.
Richiede allenamento, è una predisposizione nell'arte dell'ascolto
più che della performance”.
Si crea un rapporto,
immagino, molto stretto
con il pubblico. Cambia molto a dipendenza degli
spettatori che vi trovate davanti?
“Il pubblico ha un suo
umore, e quindi di
sera in sera ha una sua identità. Noi avvertiamo che c'è un cambiamento,
molto spesso per qualcosa che capita fuori dal teatro, ma noi
improvvisiamo proprio portando in scena,
oltre all'attore personaggio, anche la persona e quindi sappiamo cosa succede fuori. E e la
quarta parete si rompe anche portandoli fuori dal
teatro; alcune serate sono finite in un pub,
in un ristorante o per strada. Le cene a volte sono più spettacolari
rispetto allo spettacolo confezionato con gli
attori”.
Che ruolo ha il teatro nella nostra società?
“Il teatro continua ad
essere un luogo
pericoloso. Diciamo che fanno di tutto per renderlo innocuo, però non ci riescono né con il
politically correct, né con la cancel culture,
né con il pensiero unico che va al di là della destra e della sinistra, che poi è il pensiero dei mediocri, di
quelli che si vogliono omologare a tutti i
costi. Il teatro rimarrà per molto tempo
uno spazio libero se
resisteranno compagnie come questa. Voglio dire, noi siamo dei commedianti, non siamo la nuova bohème, anche
se la inseguiamo, e
quindi quando parliamo degli spettatori
parliamo (non in termini offensivi) di umani, e noi non lo siamo. E ci teniamo a specificarlo perché certi problemi che hanno gli
umani, noi li abbiamo risolti 500 anni fa”.
Lei ha fatto anche tanta
televisione, poi però
si è dato quasi completamente al teatro.
In che rapporti è rimasto con il piccolo schermo?
“Io la televisione l'ho
fatta e mi sono
divertito a farla, perché ho tentato di farla dal
vivo. È stato un periodo in cui c'era un buco di potere in
Italia, c'era Tangentopoli, per cui i
burocrati sbandieratori della mediocrità non
potevano intervenire e
ho avuto molta fortuna a centrare quel periodo.
Dopo è stato più complicato”.
C'è qualcosa che non ha
fatto?
“Io volevo fare il
calciatore, ma devo dire
grazie perché sono riuscito a giocare cinque
volte a San Siro nei derby del cuore. Ho anche
segnato un gol, ma il tabellone l'ha assegnato
a un altro. Però c'è il video: giuro che l'ho segnato io e
comunque è andata bene lo stesso così”.
L'intervista:

