
Dopo la tempesta che ha spazato la Fashion Valley ticinese nelle scorse settimane i Verdi del Ticino hanno puntato il dito contro il settore della moda, chiedendo controlli più severi per le aziende della logistica e, in generale, nel mercato del lavoro.
"È tempo di abbandonare questa strategia economica basata su dumping, sfruttamento del territorio e architetture fiscali fumose - si legge in un comunicato stampa, che riportiamo integralmente di seguito - Dopo aver contribuito alla distruzione del territorio con la creazione di decine di capannoni destinati alla logistica in cui lavorano praticamente solo frontalieri, un servizio televisivo di FALÒ e uno di MODEM (RSI) mettono in luce come in Ticino si siano volute attirare aziende senza scrupoli, a suon di regali fiscali".
"La fashion Valley ticinese ha come protagonista l’emblematico caso Gucci, costrutto di ispirazione masoniana, accolto a braccia aperte dall’attuale direttore del DFE e sostenuta acriticamente dal suo partito il PL(R)T con l’aiuto di LEGA e gran parte del PPD. Si tratta di un meccanismo di sistematica evasione fiscale basato su bugie riguardo al tipo di attività svolto in Ticino (puramente di logistica e non di produzione) e alla residenza fittizia di alcuni manager che godevano dello statuto di globalista pur non avendo mai abitato in Ticino. Gucci è stata recentemente messa alle strette dal fisco italiano e francese per evasione, e si appresta ora a lasciare il Ticino".
"I Verdi sono sconcertati dalle rivelazioni riguardanti le condizioni di lavoro all’interno di questi capannoni: salari da fame, ritmo da lavori forzati, condizioni microclimatiche insostenibili, lavoro su chiamata anche via sms, atteggiamenti omertosi sulle condizioni di lavoro, minacce di sanzioni in caso di non raggiungimento degli obiettivi e limitazioni nell’accesso ai servizi igienici. È molto grave che aziende che offrono tali condizioni di lavoro, possano beneficiare di privilegi fiscali e non siano state oggetto di controlli da parte delle autorità. Appare evidente che i benefici in termini di imposte a corto termine siano stati la ragione principale per limitare i controlli e chiudere un occhio in più occasioni. Così facendo, oltre che a danneggiare il mercato del lavoro ticinese, si è contribuito a sottrarre risorse fiscali destinate in primis a Italia e Francia".
"Per i Verdi del Ticino è giunta l’ora di introdurre finalmente un salario minimo dignitoso, di rafforzare i controlli sul mercato del lavoro ticinese e di fissare regole solide che permettano al cantone di puntare ad un’economia che possa valore aggiunto e a basso impatto ambientale".
"Misure concrete con una mozione"
I Verdi del Ticino ritengono "di primaria importanza porre rimedio quanto prima a questa incresciosa situazione" con delle misure che impediscano il perpetrarsi della situazione attuale. Per gli ecologisti, che a questo scopo hanno inoltrato una mozione aprlamentare, la concessione di nuove licenze edilizie deve essere legata a condizioni chiare che creino benessere per il cantone.
"I danni creati a livello di territorio e di distruzione del tessuto economico sociale ticinese sono evidenti e si chiede ora una dichiarazione di volontà da parte delle istituzioni a porvi rimedio. Le parole non bastano più, servono i fatti per arginare la situazione: è ingiustificabile il lassismo che si osserva in nome delle entrate fiscali perché se si mettono tutti gli elementi sul piatto della bilancia il risultato è chiaramente negativo", scrivono i Verdi.
Nella loro mozione gli ecologisti chiedono due grosse modifiche per quanto concerne il piano direttore cantonale. In primis la concessione di nuove licenze edilizie per attività che sfruttano una superficie superiore a 5'000 m2 di territorio deve essere legata a criteri qualitativi esplicitamente espressi (una percentuale di almeno il 60% di posti di lavoro riservati ai lavoratori residenti, una regolamentazione chiara sulle retribuzioni e le condizioni di lavoro, l’introduzione di piani di mobilità aziendale che devono essere sottoposti all’ufficio cantonale preposto e che abbiano obbiettivi ambiziosi per i propri dipendenti per le aziende che prevedono più di 50 dipendenti) e, in secondo luogo, che sia pubblicato un rapporto annuale sull’impatto ambientale che la ditta sta avendo sul territorio cantonale, con l’espressione di chiari obbiettivi di riduzione dell’impatto pure a scadenza annuale.
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

