
È di ieri la notizia che il Governo starebbe valutando concretamente la possibilità, per il prossimo futuro, di vendere antibiotici sfusi. I motivi? Promuoverne un’assunzione corretta, impedire uno smaltimento inappropriato di questi farmaci e soprattutto ridurre la resistenza a tali medicamenti. Per comprendere meglio le implicazioni di questa scelta, Ticinonews ha interpellato il farmacista cantonale Giovan Maria Zannini.
Una notizia importante, sulla quale il nostro Cantone ha giocato un ruolo centrale, esatto?
"Sì, in Ticino circa la metà delle farmacie vendevano già, su base volontaria, antibiotici ‘su misura’, come diciamo noi, a partire dalla fine del 2018. Parlo al passato perché la pandemia ha avuto delle conseguenze anche qui: nuovi compiti, test, vaccinazioni, il fatto che la gente non dovesse restare troppo tempo in fila… Tutto ciò ha fatto sì che molte farmacie rinunciassero a questa prestazione. Tuttavia, tale lavoro è stato svolto per un anno e mezzo, e quando il Consiglio federale ha lanciato il progetto, che è alla base del rapporto pubblicato ieri, i dati ticinesi sono stati utilizzati in modo molto importante e io sono stato chiamato a far parte del gruppo di accompagnamento. Quindi è qualcosa che seguiamo da tempo con molto interesse".
Lei ha parlato di antibiotici ‘su misura’. Di cosa si tratta?
"Dispensazione ‘su misura’ significa dare al paziente soltanto quelle dosi di cui ha effettivamente bisogno. Nel caso degli antibiotici è una cosa molto più importante rispetto agli altri farmaci, per via del problema delle resistenze. Non tutte le confezioni sono adeguate a quella che è la durata della terapia, per cui se il medico ha prescritto due pastiglie al giorno per 7 giorni, si parla di 14 pastiglie e non bisogna prenderne né 13 né 15. Dunque, se nella scatola ce ne sono 20, le farmacie tolgono le 6 di troppo. In questo modo al paziente viene dato il quantitativo di cui ha bisogno per fare la terapia in modo perfetto".
Questa logica è importante soprattutto per il concetto di resistenza, perché oggi siamo sempre più forti rispetto agli antibiotici.
"Quello della resistenza agli antibiotici è un problema enorme, anche perché dall'altra parte abbiamo un'industria farmaceutica che fa una grandissima fatica a trovare nuovi antibiotici. Per cui, se quelli che abbiamo smettono di funzionare, noi facciamo un balzo indietro di alcuni secoli, ritornando alle situazioni in cui una malattia batterica poteva uccidere. E questo chiaramente dobbiamo cercare di evitarlo. Ci sono quindi moltissime strategie che servono a ridurre la possibilità che si sviluppi una resistenza e in tutto il mondo si sta lavorando in tal senso. Ed evitare che il paziente abbia delle dosi in eccesso fa sì, per esempio, che lui queste dosi supplementari non le prenda di sua iniziativa in un secondo momento, magari quando ha un altro malanno, e fa anche in modo che questi prodotti non vengano buttati via per poi finire nelle acque di scarico e, che tramite quei residui si creino delle resistenze".
Come detto il nostro cantone ha già sperimentato in parte. Per quanto tempo e come è andata?
"Formalmente il progetto continua ancora oggi. Nel mese di gennaio del 2020, quindi poco prima che iniziasse la pandemia, avevamo circa 100 farmacie ticinesi che facevano questo servizio, volontariamente e gratuitamente, senza far pagare niente a nessuno. Tra metà gennaio e metà febbraio in 63 farmacie è stato fatto un lavoro di rilevamento di tutte le 3’000 ricette di quel mese e i dati raccolti sono stati fondamentali per il rapporto del Consiglio federale. Di quelle 3’000 ricette, in circa il 35% dei casi una dispensazione ‘su misura' era necessaria, è stata proposta ai pazienti, e quasi 3 su 4 l'hanno accettata".
Il Governo ha però rilevato un paio di punti critici in tutto ciò, ovvero la mancanza di una base giuridica e il fatto che questa dispensazione di farmaci ‘su misura’ comporti degli oneri maggiori per le farmacie e medici.
"Evidentemente il farmacista non deve solo preparare l'etichetta con scritto il numero di pastiglie e di giorni, ma deve aprire la scatola, togliere quello che è di troppo, dare la confezione con tutti i dati al paziente per la terapia, e poi deve anche gestire quello che resta, perché ciò che rimane che rimane il paziente lo paga (lui o la sua cassa malati). E questo è un punto critico: c’è chi non accetta e dice: ‘io ho pagato tutto e voglio tutto’. In realtà, si paga la cura e si prende la cura. Ci sono modi diversi di vedere le cose, ma il farmacista questo prodotto deve gestirlo e lo deve anche tenere a disposizione del paziente, qualora lui ne avesse bisogno successivamente per continuare la cura con lo stesso antibiotico, fatto che non capita quasi mai. Insomma, c'è un lavoro supplementare ed evidentemente i farmacisti in Ticino finora lo hanno fatto su base volontaria perché ci credono. In prospettiva, però, se questo lavoro vuole essere introdotto in modo generalizzato a livello svizzero è chiaro che deve esserci una base”.

