
"L'ispezione alla Sant'Anna ha appurato l'esistenza di documenti che descrivono le procedure per l'identificazione dei pazienti anche all'entrata del blocco operatorio. I controlli osservazionali hanno evidenziato che l'identificazione è eseguita dal personale al momento dell'ammmissione al blocco operatorio, tramite la cosiddetta consegna verbale e la consegna della cartella clinica": è questa parte di una delle risposte fornite dal Consiglio di Stato ticinese alle domande del deputato dell'MPS Matteo Pronzini contenute in una serie delle interrogazioni inoltrate sul caso della donna a cui furono amputati entrambi i seni per sbaglio.
Tra gli interrogativi ce n'erano anche 10 sollevati dal domenicale il Caffè in luglio. E le risposte del Governo, che sono arrivate questa settimana, in pratica spiegano che le procedure di sicurezza nell'estate del 2014, quando fu commesso l'errore, non erano vincolanti: "Le procedure di identificazione dell'operando erano in essere presso la clinica. Non era invece in uso la cosiddetta 'check list dell'OMS'. Questo protocollo (la cui introduzione generalizzata è stata sostenuta in Svizzera dalla Fondazione per la sicurezza dei pazienti dal 2012 e condivisa dai medici svizzeri con un comunicato del marzo 2016) non aveva tuttavia carattere obbligatorio per gli operatori sanitari ai tempi dell'ispezione, né è vincolante tuttora. Da quest'anno è comunque ampiamente sostenuta e raccomandanta come procedura standard".
Su altre domande il Consiglio di Stato ha deciso di non rispondere in quanto "il relativo procedimento penale è tuttora pendente". In particolare, non c'è finora risposta, si legge oggi sulle pagine del domenicale, in merito alla mancata denuncia da parte del personale sanitario e della direzione della clinica di quanto avvenuto quel mattino dell'8 luglio del 2014.
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