
Ha militato in lotta continua, ha fatto il muratore e l'operaio. Oggi è considerato dalla critica italiana come lo scrittore più importante del decennio. Erri de Luca nei giorni scorsi era in Ticino. Lo abbiamo incontrato a Mendrisio in una libreria. Ha parlato di Napoli, la città dove è nato, ha parlato del suo ultimo romanzo e dalla sua passione per le lingue morte, l'ebraico antico e lo yiddish. Nei giorni scorsi, Erri de Luca era in Ticino, dove ha incontrato alcuni ammiratori prima di salire sul palco del decimo festival della narrazione di Arzo. A loro si è rivolto con quella calma e fermezza che contraddistinguono la sua persona e la sua storia: Dirigente di lotta continua negli anni 70, operaio muratore tutta la vita prima di diventare scrittore. Da 20 anni si alza alle 5 del mattino, quando il mondo - dice - è sufficientemente vuoto per studiare il vecchio testamento. "Non credo nella risurrezione della carne, ma in quello delle lingue morte che studio come atto di protesta nei confronti della Storia", cosi ha spiegato la sua passione Erri de Luca, in piedi, di fronte al suo uditorio. Poi si è lanciato in una gustosa glossa sulle somiglianze tra lo yddish e il napoletano, lingue veloci, lingue che si reggono sul gesto, parate da popoli superstiziosi, che amano gli strumenti a corda. Un siparietto da ridere, anche se poi, sotto sotto si sentiva lo spessore di un uomo responsabile. Quanto a libri, de Luca ha spiegato come la sua materia narrata non è mai frutto della fantasia. Alla base di ogni creazione c'è il vissuto. E a proposito di libri, qual'è quello da non perdere? “Il Don Chisciotte, ci dice Erri de Luca, è il simbolo di chi lotta, contro tutti, perde ma si alza, alla lettere è invincibile. fp
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