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Ticino
Eroi a cottimo: oggi applausi, ma poi?
Eroi a cottimo: oggi applausi, ma poi?
Eroi a cottimo: oggi applausi, ma poi?
Redazione
6 anni fa
Viaggio tra chi sta tenendo in piedi il nostro mondo senza essere pagato il giusto

Ogni crisi ha i suoi eroi. Gli sbarcati in Normandia nel ‘44, i pompieri che salivano le torri in contromano nel 2001. Oggi medici e infermieri che cercano di attenuare il triste bilancio del Covid-19. Per loro sono stati organizzati, giustamente, flash-mob e applausi collettivi. I bambini scrivono loro lettere e disegnano cartoline. Insomma, senza calcio in tv, per una volta tutti facciamo il tifo per la squadra giusta. Ma a essere scesi in campo per questa partita non sono solo i camici bianchi. Fuori dagli ospedali c’è chi lavora ogni giorno per garantire a tutti noi che il mondo sia il più simile possibile a quello che ricordiamo.

Gli “altri” eroiSono gli altri eroi, coloro che mentre siamo chiusi in casa ci permettono nonostante tutto di vivere secondo gli standard sui quali ci siamo accomodati. Ci portano la spesa, la posta o qualunque altra cosa abbiamo comperato online. Quando usciamo in “missione” ci contano all’ingresso, riempiono gli scaffali e passano alla cassa ogni articolo che rovesciamo dal carrello sul nastro. C’è poi chi si prende cura del nonno in questo periodo in cui non possiamo andarlo a trovare o dei bimbi di chi lavora. Questi altri eroi sono commesse, badanti, fattorini, postini, conducenti dei mezzi pubblici, agenti di sicurezza, mamme diurne. Anche a loro riserviamo applausi e ringraziamenti, ma non altrettanto fanno i loro contratti, i loro salari, le loro condizioni di lavoro.

Commesse e commessi“Un aspetto mi ha veramente colpito: ho sentito di persone che aggrediscono il personale dei negozi quando si chiede di mantenere la distanza sociale, è inaccettabile”. Inizia dalla quotidiana, e quantomai inopportuna, inciviltà il racconto di Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di UNIA. Inizialmente c’è stata qualche mancanza, ma oggi nei negozi le misure di sicurezza sono migliorate. Restano però i problemi sedimentati da anni. “In alcuni gruppi della grande distribuzione vi sono dei contratti dignitosi, ma in Ticino ci sono venditori che lavorano 7 giorni su 7 e vengono pagati 3'200 franchi, un salario medievale”. Gli fa eco Daniel Xavier, di OCST: “Sì. Un contratto collettivo esiste, ma è molto light”. E, oltre al soldo, a pesare sono soprattutto gli orari. Turni spezzati che tengono i dipendenti fuori casa per molte più ore del previsto. “Molti, soprattutto le donne, non riescono a conciliare lavoro e famiglia”. Poi c’è la formazione che viene sottovalutata: “Gli attestati federali di capacità sono sminuiti a causa della pressione frontaliera”, spiega Xavier. Insomma, anche se la vendita è tra i settori più tutelati (almeno in confronto a quelli che vedremo tra poco), i grazie di oggi forse non bastano: “E non sarà neanche con un bonus che si potrà mettere tutto a posto, bisognerebbe riconoscere alcuni diritti che non sono per forza monetari”, denuncia il rappresentante OCST.

Agenti di sicurezzaPrima di entrare a fare la spesa, sicuramente vi è capitato, a farvi attendere per garantire la distanza sociale è stato un agente privato di sicurezza. Apparentemente il settore è tutelato: serve una formazione (il CPSICUR) e vi è un contratto collettivo. “Sì, ma un contratto collettivo aberrante”, tuona Daniel Xavier. Il contratto, infatti, prevede diverse fasce salariali che dipendono dal tempo lavorato. Chi fa un dato numero di ore l’anno riceve una cifra, chi ne fa di più, riceve tariffe migliori. Sta lì il problema, come spiega Giangiorgio Gargantini: “I dipendenti non riescono quasi mai a lavorare abbastanza, perché al datore costa meno avere due agenti in categoria C piuttosto che uno in categoria B”. Tutto il potere è nelle mani di chi fa i turni: “Il pianificatore ha un potere smisurato”, conferma Xavier. E pare che rivendicare i propri diritti serva a poco: “Ai datori non piace finire in tribunale. Sanno che perderebbero, così pagano. Qualche mese dopo, però, ti ritrovi lasciano a casa o ti spostano sui compiti più faticosi e peggio pagati. È osceno vedere cosa succede in questo settore”. Insomma, un settore dove ne capitano di ogni, ricordate Argo 1? In questi giorni, quantomeno, la professione ha una nuova immagine: “Con il nervosismo che c’è in giro”, ci dice Gargantini, “è palese che per fare questi lavori serve una formazione, non si può mettere un venditore a gestire le persone davanti ai negozi”. Purtroppo però, le norme sono ai piedi della scala. Basti pensare che il concordato intercantonale, che chiarirebbe le norme per tutta la Svizzera, è fermo da anni a due passi dall’entrata in vigore.

Food deliveryPizza? Sushi? Hamburger? Ormai anche in Ticino bastano due clic e tempo mezz’ora, quarantacinque minuti, arriva sulla soglia. Ma il ragazzo che lo consegna appartiene a una delle categorie meno protette e più malpagate del momento. “È l’uberizzazione della società, il simbolo di queste nuove professioni in cui si lavora solo su chiamata”, spiega Gargantini. “Vieni pagato a cottimo in base alle corse, i contratti che giravano prima della crisi erano sugli 8 franchi a consegna”. Così il rischio è di rimanere in ballo una serata intera per trovarsi in tasca 16 franchi. “È lo stereotipo del lavoro precario”, sintetizza il segretario UNIA. Senza contare che benzina e mezzo sono a carico del collaboratore. Addio sedici franchi. “Sono professioni”, conferma Xavier, “dove il rischio imprenditoriale è tutto sulle spalle del dipendente”. In Italia, i ‘delivery boy’ hanno creato associazioni e hanno lottato per diritti migliori. “Noi sindacati dovremo essere più presenti”, riconosce il giurista di OCST, “ma è importante che questi lavoratori capiscano che è solo in gruppo che possono far valere i loro diritti”.

Pacchi su pacchiA vivere una condizione molto simile sono coloro che portano i pacchi per i corrieri privati. Si parla di conducenti che di questi tempi fanno 180 consegne al giorno, vuol dire lavorare dalle 6 alle 20. “Non c’è formazione, non c’è riconoscimento e anche qui si camuffano le ore”, denuncia Xavier. “Ti misurano al secondo”, gli fa eco Marco Forte, responsabile regionale di Syndicom. Ma se quella dei corrieri è una giungla, anche i postini non sono in spiaggia, né oggi né mai. “Il settore pacchi sta subendo pressioni fortissime, le consegne sono aumentate a dismisura”, spiega Forte. “E anche chi porta le lettere, che oggi si fa carico dei pacchi più piccoli, sta soffrendo questo momento. C’è grande pressione e grande stress”. Per non dimenticare il cibo, i big della spesa a domicilio infatti da sempre si affidano alla Posta. Così, se dal punto di vista degli stipendi chi lavora per il Gigante Giallo sta meglio (e in questi giorni sembra che sia arrivato un bonus), i problemi non mancano. “Vediamo sempre più tempi parziali, con una gestione delle ore, degli spezzati, che impedisce di conciliare lavoro e famiglia”, conclude Forte.

Sulla corrieraA non riuscire a conciliare vita privata e professionale sono anche i conducenti dei mezzi pubblici. Nonostante gli autobus mezzi vuoti, li devono portare in giro comunque. “Hanno pochissimi giorni di riposo”, spiega Syndicom, “per legge sono 63, conciliare è impossibile”. Spesso poi si stacca tardi e si attacca presto, al limite della legge sul lavoro. A questo ci aggiungiamo noi utenti, non sempre utenti impeccabili. “Lavorare a incessante contatto con il pubblico rappresenta un grande fattore di stress”.

Incluse le badantiA molte non è parso vero, quando Christian Vitta ha letto per la prima volta la risoluzione governativa sull’economia e sulle misure contro il coronavirus. Il capitolo dedicato alle strutture che sostengono gli anziani, infatti, termina così: “incluse le badanti”. Una delle categoria meno riconosciute si è improvvisamente si è ritrovata sulle labbra del presidente del Governo. “Questo gli conferisce il ruolo di attività essenziale”, commenta Gargantini, “rappresenta un orgoglio per tutte queste donne, è un riconoscimento straordinario”. Riconoscimento che ancora oggi finisce lì. Molte famiglie faticano a pagarle abbastanza e in più c’è il problema delle ore. “Se l’orario è di 8 o 10 ore, vivendo con il cliente in realtà ne lavorano 16 o 17”, spiega Xavier. E Gargantini conferma: “È difficile distinguere tra tempo di lavoro e tempo di riposo, con conseguenze sul salario e su molti altri aspetti”. C’è poi una peculiarità delle badanti in cui la precarietà è incontrollabile: “Se l’anziano muore o va in casa anziani”, spiega il giurista OCST, “è una specie di disdetta per forza maggiore e ci si ritrova senza lavoro”. Infine, tornando ai soldi, vivere con il cliente ha un altro svantaggio. A uno stipendio sulla carta dignitoso, il datore può togliere vitto e alloggio: “Si possono scalare fino a 990 franchi al mese”, spiega Xavier. Insomma, “incluse le badanti” per ora è solo un mantra. Perché, per fare un esempio, nel lavoro ridotto non sono incluse.

Non sono stati a casaIl timore di molti, quando oltre un mese fa anche alle nostre latitudini si è affacciato il coronavirus, era che molti (quelli con un contratto a salario fisso, evidentemente) si sarebbero dati malati. “Ci si aspettava un tasso di defezione più alto, invece non è stato così, sono forti davvero”, ci dice Xavier. “Mi sono accorto del grande orgoglio che stanno provando queste persone”, conferma Gargantini, “finalmente c’è la coscienza che svolgono un lavoro essenziale e importante per la popolazione”.

“Che niente torni come prima”Ma cosa sarà di tutti loro quando tutto questo sarà passato? “L’auspicio è che in queste professioni niente torni come prima”, ci dice Gargantini. Perché quello che oggi è riconoscimento si traduca in contratti più dignitosi. “Speriamo che tutto questo venga preso come spunto per ripartire su basi migliori”, chiosa Xavier, ribadendo il consiglio a questi lavoratori a essere più solidali: “Perché finché ci si comporta in maniera individuale si viene trattati come casi individuali”. Syndicom, invece, sottolinea come questa crisi evidenzi l’importanza del servizio pubblico: “Va riconosciuto il ruolo del servizio pubblico e il ruolo di chi ci lavora”, spiega Marco Forte.

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