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Ticino
“Ecco il mio Erasmus (ti)cinese”
Immagine Ticinonews
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Daniele Coroneo
5 anni fa
Disavventure e opportunità di uno scambio universitario in epoca Covid, svolto a 9’000 km di distanza nelle notti del weekend, raccontateci da chi le ha vissute

Sabato mattina, ore 9. Iniziano le lezioni per gli studenti universitari dell’Mba di finanza allo Shanghai Advanced Institute of Finance. I corsi si tengono nel fine settimana per permettere agli studenti, generalmente attivi nella metropoli cinese, di lavorare dal lunedì al venerdì. Un po’ di chiacchiericcio, poi l’attenzione si rivolge al professore che inizia il corso.

Nello stesso momento, a 9’000 chilometri di distanza, all’interno di una camera da letto uno schermo del computer è acceso, collegato alla stessa lezione seguita dagli studenti di Shanghai. Solo che sono le 2 di notte. Questa scena si ripete ogni notte su sabato e domenica da due mesi a questa parte. È quanto vive Martina, 24enne del Mendrisiotto e studentessa di Master in Banking & Finance all’Università di Zurigo, che questo semestre accademico avrebbe dovuto essere a Shanghai per uno scambio. Già, avrebbe dovuto: perché il suo “Erasmus” per lei, cittadina svizzera, si tiene rigorosamente a distanza, essendo gli studenti internazionali non ancora ammessi nel Paese del Dragone.

Frontiere chiuse
Martina non si aspettava certo che il suo Erasmus si sarebbe svolto in queste condizioni, anche perché “quando mi sono iscritta allo scambio nel mese di gennaio, la Cina era ufficialmente uno dei Paesi messi meglio con la pandemia”, ci spiega. L’eventualità di una non-partenza per l’Asia non era considerata dalla studentessa. I dubbi sono sorti in estate, a pochi mesi dal viaggio per Shanghai: “A giugno le frontiere cinesi erano ancora chiuse. Tuttavia, ero abbastanza fiduciosa: noi stavamo allentando quasi tutte le misure e in Cina la situazione era sempre, almeno ufficialmente, ottima”. Nel mese di luglio appare ormai certo che il semestre cinese della 24enne momò si sarebbe svolto... in Ticino, a distanza. Ancora oggi, gli studenti internazionali non possono entrare nel Paese asiatico.

Fare di necessità virtù
Martina decide però di fare buon viso a cattivo gioco, cogliendo la palla del semestre (ti)cinese al balzo: “Sapendo che i corsi si sarebbero tenuti nel fine settimana, ho voluto cercare uno stage nel settore della finanza per riempire la settimana e acquisire nuove competenze professionali”. È così che la studentessa approda in una grande banca luganese, dove è in programma di restare sino a fine mese. Una scelta vincente: “Sono stracontenta di questo stage!”, esclama entusiasta Martina. “Ho potuto imparare tanto e ho trovato un team fantastico”.

Immagine © CdT/Gabriele Putzu
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Non c’è l’ora legale
Lavorare in settimana e seguire lezioni nel weekend dalle 2 del mattino fino anche al primo pomeriggio sembra sfiancante... “Sì, ma ne ero consapevole”, ci conferma. E a proposito di orari, Martina ha scoperto, suo malgrado, di una particolarità che contraddistingue la Cina: “Non hanno l’ora legale!”, esclama stupita. “Ho iniziato i corsi il 24 ottobre, puntando la sveglia alle 02.45. La settimana dopo, quando qui sarebbe cambiata l’ora, stavo facendo lo stesso, finché un amico (giusto in tempo!), non mi ha fatto notare che forse in Cina non c’è il cambio dell’ora. Da quel giorno, sveglia un’ora prima, alla 01.45...”

Choc culturali
Nonostante le terribili levatacce nel fine settimana e la dura settimana lavorativa, Martina è comunque contenta: “Oltre ad avere trovato un’esperienza di lavoro interessante, credo che in Cina sarei impazzita”, scherza. “Facendo un lavoro a gruppo, anche se a distanza, mi sono resa realmente conto che le differenze nella mentalità e nei metodi di lavoro sono immense. Non posso parlare per un miliardo e mezzo di cinesi, ma a me sembra che l’immagine del cinese super efficiente al lavoro sia un po’ uno stereotipo”.

Ticino troppo piccolo?
Già, il lavoro: perché Martina è quasi al termine del suo percorso universitario, svolto tra Friburgo e Zurigo, e presto dovrà iniziare a cercare un posto. Che lo stage in Ticino possa aiutarla ad aprirle qualche porta a Sud delle Alpi? “Nel mio settore, gli sbocchi professionali in Ticino sono quasi inesistenti”, afferma la studentessa. “Resterei volentieri, ma se mi devo accontentare, allora preferisco andarmene altrove”, precisa. Magari in Cina? “No, mai! Mi è bastata quest’esperienza, anche se a distanza”.

Immagine Shutterstock
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Problemi anche all’Usi, ma l’interesse resta
Difficoltà negli scambi internazionali di studenti si segnalano anche all’Università della Svizzera italiana. “Abbiamo avuto studenti che si erano candidati per destinazioni fuori Europa e che all’ultimo minuto si sono visti annullare lo scambio. Dove abbiamo potuto abbiamo cercato di offrire delle soluzioni alternative, ma non sempre è stato possibile”, fa sapere l’Usi a Ticinonews. Anche se i corsi forniti da un’università partner si tengono a distanza, l’Usi pretende che i suoi studenti si rechino fisicamente nel Paese di destinazione. È anche per questo motivo che i programmi di scambio con due accademie cinesi sono stati interrotti. In ogni caso, ci confermano dall’Usi, gli studenti sono ancora molto interessati a queste esperienze internazionali e la domanda rimane alta.

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