
È morto tredici giorni dopo la sua ultima arrampicata. Sulla parete del San Salvatore che, insieme ad alcuni amici, aveva trasformato in una palestra di roccia. Una parete da cui si vedeva il lago e per questo era ancora più bello salirci. Non si sa esattamente cos’abbia tradito Claudio Bianchi il 17 maggio mentre saliva sul San Salvatore, sopra l’area di compostaggio che si trova lungo la cantonale tra Paradiso e Melide, a circa quattrocento metri di quota rispetto al lago. Forse un frammento di roccia che si è staccato dalla parete. O un piede appoggiato male. Forse l’eccessiva sicurezza nell’affrontare una di quelle “vie” che conosceva alla perfezione. Lavorava da anni alla ricezione del Credit Suisse di Lugano. E la sua passione era la montagna, l’arrampicata. Ma quel giorno è caduto nel vuoto per una decina di metri e si è ferito gravemente alla testa. La corda di sicurezza ha impedito che precipitasse fino ai piedi della montagna, ma durante la caduta Bianchi ha battuto più volte contro la roccia e le ferite gli sono state fatali. Per quasi due settimane i medici hanno tentato di salvarlo. Poi, sabato, è spirato. Cinquantaquattro anni, sposato, un figlio ancora giovane, Claudio Bianchi abitava a Pambio Noranco. emmebi
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