
Si è celebrata ieri la giornata mondiale della salute. Mai come di questi periodi è una ricorrenza da tenere in considerazione per ricordare quanto è importante la salute di tutto il pianeta. Il tema scelto per l’edizione 2022 è infatti “Il nostro pianeta, la nostra salute” (“Our Planet, Our Health). L’Oms ha lanciato un appello urgente a tutti i leader mondiali e ai cittadini affinché venga intrapresa quanto prima un’azione comune “per preservare e proteggere la salute” prendendosi cura del pianeta. Il coronavirus ha dettato le regole durante gli ultimi due anni, ora la situazione sembra essere decisamente migliorata ma, ha ricordato in diretta a Ticinonews il Capo Area medica dell’Eoc Paolo Ferrari, “il virus non è sparito”.
I riflettori accesi per il Covid-19 sembrano essersi praticamente spenti. Com’è la situazione?
“C’è stato un cambiamento sia dal punto di vista epidemiologico sia dal tipo di virus e inoltre anche da un numero importante della popolazione che è stata vaccinata. Quello che è cambiato è la pressione sugli ospedali, non abbiamo più vissuto la situazione attraversata durante la prima ondata, ma al momento bisogna però ricordare che abbiamo più di 80 pazienti ospedalizzati all’Eoc ancora in seguito al coronavirus”.
Oggi ci sono stati 377 nuovi positivi; globalmente in Ticino ci sono 110 pazienti ricoverati e 3 di questi in cure intense. Chi lavora sul campo riesce a tirare il fiato?
“Rispetto ai casi positivi, dipende anche dalla quantità dei tamponi che vengono fatti. Adesso la sensibilità è diminuita, anche gli obblighi del tampone per viaggiare sono scomparsi, per cui si testa meno e se ne trovano meno. Ci sono anche meno pazienti che vengono ospedalizzati, come si vede dal numero dei malati in cure intense, e la gravità di questi pazienti è diminuita. Questo dà sicuramente respiro al personale sanitario, ma ricordo che sono stati due anni pesanti e questi non si recuperano solo nell’arco di un paio di settimane. L’altro aspetto al quale siamo confrontati è l’attività non-Covid che continua a darci da fare”.
Si è parlato molto, negli scorsi mesi, anche dell’effetto Long Covid; una problematica che pesa anche sul sistema sanitario?
“Il long Covid lo si può interpretare in molte cose. Sicuramente quello che possiamo definire come long covid a livello del sistema sanitario, a parte quei casi che hanno una sintomatologia cronica, in seguito ad un’infezione da questo virus, è il fatto che sono cambiate anche quelle che sono le necessità per il sistema sanitario. Vediamo, in generale, una diminuzione dei pazienti trattati a regime degente e un aumento di quelli a regime ambulatoriale. Questo ci porterà anche a riconsiderare su come offriamo le nostre prestazioni a livello degli ospedali”.
Ma quindi la pandemia ha cambiato il nostro sistema sanitario per sempre?
“Penso di sì, la pandemia ha fatto da catalizzatore. Questo cambiamento sarebbe successo in ogni caso. È stata data un’accelerata dovuta alla pandemia che ci ha ricordato anche che in fondo erano più di 100 anni che non ce n’era più una, se pensiamo alla spagnola, le malattie trasmissibili sono ancora una realtà, per cui come noi gestiamo i flussi all’interno degli ospedali, come ci predisponiamo per poter accogliere pazienti affetti da questa infezione, dovrà essere tenuto in considerazione nel prossimo futuro. Soprattutto quando andiamo a pianificare la costruzione di nuovi nosocomi”.
Per quanto riguarda l’attività ordinaria, le misure di restrizione e di protezione sono state diminuite dalla Confederazione. Ma negli ospedali ancora non si è tornati alla normalità, giusto?
“Non c’è più l’obbligo del Covid-pass, non c’è più l’obbligo di portare la mascherina nei luoghi pubblici e nei trasporti pubblici. Noi abbiamo mantenuto queste misure negli ospedali perché, come avete mostrato prima, ci sono ancora dei contagi e il fatto che non ci sono più le restrizioni al di fuori degli ospedali non vuol dire che dobbiamo comportarci allo stesso modo all’interno. Noi abbiamo il dovere di proteggere i pazienti perché sappiamo che chi è già malato o ha delle comorbidità è suscettibile a sviluppare una forma grave della malattia qualora fosse contagiato da questo virus”.
Nel nostro cantone, se lei dovesse definire una priorità dal profilo medico sanitario, quale sarebbe?
“Dobbiamo renderci conto che i cambiamenti climatici portano a degli spostamenti demografici, dalle zone rurali verso le città che diventano sovrappopolate, e quindi emigrazione in altri Paesi. Anche questo è un rischio per il nostro sistema. D’altra parte, ci sono gli aspetti che sono una conseguenza indiretta di un’alterazione dell’equilibrio ambientale soprattutto a livello alimentare con additivi chimici che provocano obesità o patologie legate al cancro e a malattie cardiache. È importante aumentare la sensibilizzazione in questi contesti. Da un punto di vista del cantone la priorità da un profilo sanitario è quello di continuare a garantire cure di qualità ancora più competitive, e offrire queste cure anche in modo sostenibile. Lo abbiamo visto anche nel Covid: quando consideriamo qual è lo stato di salute del cantone, ci siamo resi conto che la sostenibilità economica della sanità sta raggiungendo il limite massimo. Dobbiamo quindi migliorare le cure, ma cercare di farlo in modo più sostenibile”.
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