
Mentre si stanno sempre più delineando i contorni di quello che è stato un vero e proprio trionfo politico (in questo momento, mentre gli scrutini non sono ancora terminati, Donald Trump si è aggiudicato ben 289 grandi elettori), a Hillary Clinton toccherà raccogliere i cocci di una débâcle cha ha davvero lasciato il segno.
Un tonfo sul quale la candidata democratica dovrà riflettere, perché dietro alla vittoria del tycoon newyorkese hanno anche pesato diversi e decisivi errori.
Abbiamo provato a capire quali insieme a Giovanni Barone-Adesi, professore ordinario di teoria finanziaria presso l’università della Svizzera Italiana. Il professor Adesi conosce bene la realtà statunitense avendo insegnato anche all’Università del Texas a Austin e alla Wharton School, University of Pennsylvania.
Professore, quello di Trump è stato un vero e proprio trionfo. Se lo aspettava?
“Diciamo che non lo escludevo. In queste ultime settimane ho guardato con interesse alla situazione nei singoli Stati e pensavo che Hillary Clinton avrebbe vinto i voti del collegio elettorale. In molti stati c’è stata una differenza di poche decine di migliaia di voti, a riprova di una votazione che posso definire imprevedibile”.
Merito di Trump oppure demerito di Hillary Clinton? Possiamo parlare di voto di protesta nei confronti della candidata democratica?
“C’è stato un voto di protesta in tutti e due gli schieramenti. I democratici hanno cercato di controllare il movimento di protesta interno facendo un blocco dei loro grandi elettori in occasione della convention. Bernie Sanders, che incarnava questi moti, era un ospite sgradito. Aveva delle idee precise ma avrebbe introdotto degli elementi di socialismo che i democratici non vedevano di buon occhio. I repubblicani invece hanno lasciato che il movimento di protesta prendesse il controllo del partito. Si sono così posizionati meglio per raccoglierne i frutti durante le elezioni”.
Quindi dove ha sbagliato Hillary Clinton?
“A candidarsi. Hillary è una figura da troppo tempo in politica, che ha creato un forte centro di interessi nella sua fondazione. Un politico deve sapere quando smettere. Diversi suoi amici, come l’imprenditore Michael Bloomberg, le avevano consigliato di non candidarsi".
Hillary Clinton si è rivelata una figura indigesta all’elettorato. Arroganza, la sua, o avventatezza?
“Si può dire che Hillary Clinton ha perso il contatto con la realtà. Inoltre ha gestito malissimo le ultime battute della campagna elettorale, ma la colpa è anche dello staff. Accusare l’FBI è stata una sciocchezza dal punto di vista comunicativo. Ha dato l’impressione di avere qualcosa da nascondere."
Torniamo al vincitore, quali saranno le sfide più importanti per Donald Trump?
“Trump non ha dietro di sé un movimento organizzato, avrà bisogno di 10’000 specialisti. Sembra che si affiderà ai repubblicani tradizionali, per quello che si prospetta essere un governo simile a quello di George W. Bush o Ronald Reagan. All’inizio non scontenterà il suo pubblico. Pensiamo all’Obamacare: gli elettori sono infastiditi da questo piano sanitario al pari dell’establishment, abolendolo Trump creerebbe una convergenza tra base e l’apparato del Partito repubblicano."
"La sfida più difficile sarà quella di mantenere diverse promesse elettorali. Bisognerà vedere se riesce a creare sviluppo economico e migliorare le condizioni dei “blue caller”, la classe lavoratrice insoddisfatta. Se Non sono promesse facili, come non lo è quella di reindustrializzare il Paese, soprattutto con una politica protezionistica. Tra un paio d’anni potrebbe trovarsi in difficoltà”.
Che politica estera adotterà il nuovo presidente?
“Sicuramente più isolazionista e meno interventista, cercherà la distensione con la Russia. La sua agenda di politica estera, se affidata ad abili diplomatici, potrebbe rivelarsi buona anche per l'Europa. Non ci sarà posto per i “neoconservatives”, coloro che sotto Bush sostennero i movimenti legati alla Primavera Araba”.
Nelle intenzioni di Trump pare esserci quella di smarcarsi dal Medio Oriente, potrebbe aver vinto anche per questo?
“Certamente, tanti americani in difficoltà sono riservisti. Pronti a difendere gli USA piuttosto che a occuparsi delle guerre tribali in Medio Oriente”.
Cosa cambierà per la Svizzera?
“Trump vuole riscrivere gli accordi commerciali, potrebbero esserci delle tensioni in questo senso con la Svizzera in quanto Paese esportatore. Inoltre potrebbe chiedere a Berna di smettere di intervenire sul cambio. Vedo però difficile una ‘guerra economica’ con gli USA”.
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