
In occasione della ripresa dell’insegnamento in presenza, iniziato due giorni fa, il rettore dell’Università della Svizzera Italiana, Boas Erez, è stato invitato in trasmissione da Teleticino per parlare a 360 gradi di pandemia, accordo quadro, rapporti con i “vicini di casa” dell’ex Macello e di cosa dovrà fare l’Usi, nei prossimi 25 anni, per riuscire veramente a integrarsi nella realtà ticinese.
Qual è il bilancio della pandemia tra lezioni a distanza, piani di protezione e mascherine?
“Da un lato è andata benissimo, viste le condizioni, però non vogliamo continuare così. Noi naturalmente come università piccola abbiamo avuto meno difficoltà dal punto di vista logistico: al momento abbiamo annunciato la ripresa della maggior parte dei nostri corsi in presenza dal 26. Questo non è stato possibile per le università più grandi: abbiamo meno studenti, locali accoglienti, e un numero di professori per studenti maggiore rispetto alle altre università. Eravamo già pronti per la formazione a distanza quindi abbiamo solo potenziato il dispositivo, ovviamente con l’accordo di professori e studenti. Stessa cosa per i servizi: non le sto a raccontare cosa è servito per organizzare gli esami online, è servito ma speriamo tra un po’ di passare a qualcosa d’altro”.
Gli esami quindi saranno online?
“Sì, ci vuole una certa stabilità, inoltre molti studenti sono comunque via, così come alcuni professori non possono viaggiare. Quindi per uniformità è meglio continuare così”.
In tutto questo caos si sta concludendo il primo anno della facoltà di biomedicina, nel 25esimo dalla fondazione...
“Sì, a settembre è cominciato questo master in medicina umana con una cinquantina di studenti che finiranno il loro primo giro. Sono molti soddisfatti e si annuncia un aumento degli studenti per l’anno prossimo, quindi anche qui siamo molto soddisfatti”.
Ieri Karin Keller Suter, alla conferenza di Aiti, ha detto che non firmare l’accordo quadro non sarebbe una catastrofe per la Svizzera. Sarebbe una catastrofe invece per le università?
“No, sarebbe peggio che se fosse firmato. È facile dire che per noi è essenziale far parte dell’Europa della ricerca: chi direbbe che il Covid non è stata una catastrofe? Abbiamo comunque stretto i denti e siamo andati avanti”.
A livello di fondi europei, per l’anno scorso si parla di 5 milioni donati dall’Europa alla Supsi e 7 milioni all’Usi. Questi soldi verrebbero comunque a mancare...
“Sì e no. Bruxelles non ha soldi, non riscquote tasse, il metodo di finanziamento dell’Europa viene dagli Stati membri e gli Stati, tra i quali anche la Svizzera, partecipano a questi programmi pagando. Quindi questi programmi organizzati a livello europeo sono una redistribuzione di questi soldi: per un certo tempo la Svizzera addirittura investiva uno nel campo della ricerca e portava a casa uno e mezzo. Ora è meno il caso, ma non si tratta di ‘mungere’ l’Europa, si tratta di partecipare a dei programmi con tutti gli altri, facendo ricerca tutti insieme, in rete, pubblicando le ricerche in tutto il mondo. Quest’idea di poter organizzare la ricerca da soli... purtroppo per un po’ di tempo andrà avanti bene per inerzia anche senza accordo, ma attendere è una cosa suicidaria”.
Questione ex Macello: il suo nome è stato fatto da più parti come possibile mediatore, ma la cosa non è poi andata in porto. Lei sa come mai e se c’è margine di manovra per tornare in trattativa? Sarebbe anche disponibile?
“Essendo qui come rettore devo chiarire che è una cosa che ci riguarda da vicino, come Università. In primis perché siamo essenzialmente vicini di casa, in secondo luogo perché il progetto di ristrutturazione dell’area prevede che ci sia una residenza universitaria e che ci siano delle attività che assomigliano a quelle che stiamo provando in diverse parti della città. Quindi quando dico che avremmo voglia di occuparcene è perché ci riguarda come Università. Poi per quanto riguarda la mia proposta come facilitatore quella resta aperta, ma nessuna delle due parti era interessata. Voglio comunque precisare la differenza tra un mediatore e un facilitatore: quest’ultimo interviene solo quando le due parti sono disposte a parlare, eventualmente poi spiegando agli uni e agli altri, facendo delle ‘traduzioni’. Se nessuno vuol parlare c’è un problema, e dovrebbero rendersene conto dalle due parti, poi che io sia la persona giusta non lo so. Qualcuno dovrebbe intervenire e la popolazione dovrebbe richiedere una discussione franca: per ora mi sembra che ci si nasconda dietro a delle idee un po’ sempliciotte”.
Ancora non c’è stato lo sgombero: cosa succederà se si dovesse andare allo scontro?
“Coloro che decideranno di farlo si prenderanno le loro responsabilità. Io non so come va a finire una situazione di questo genere”.
Lo ritiene uno scenario verosimile?
“C’è un progetto e a un certo punto bisognerà andare avanti, anche se prima ritengo non bisognerebbe esagerare per quanto riguarda l’esigenza di uno sgombero. A un certo punto però bisognerà costruire e chiaramente non si può costruire con delle persone in loco, quindi che sia uno sgombero o una richiesta pressante, con magari - si spera - una proposta di ricollocazione, questo è inevitabile”.
Chiudendo: sono passati 25 anni di Usi. Come vede i prossimi 25 anni, su cosa dovrà puntare la Città?
“Prima di tutto non è solo la città di Lugano, c’è anche Mendrisio, Locarno e Bellinzona naturalmente. Penso sia a quel livello che l’Università dovrà lavorare, farsi amare di più dai ticinesi, spiegando ancora e ancora - malgrado abbiamo già 25 anni - che quest’Università serve a tutti. Ho l’impressione che tanti ticinesi non hanno ancora capito cosa è stato deciso 25 anni fa e la ricchezza di tutto quello che è stato fatto. Cercheremo di spiegarlo maggior numero di persone e cercheremo di farlo ancora l’8 maggio nel nostro dies academicus, disponibile online, cercando di dimostrare tutta la nostra vitalità e tutto quello che fanno i nostri giovani, oltre alle tematiche che sviluppiamo. Anch’io continuo a imparare delle cose sulla nostra Università”.
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