
Per cercare di risollevare le sorti del comercio ticinese l'Associazione Via Nassa ha dichiarato di voler chiedere a Berna di abbassare da 300 franchi a 100 franchi la franchigia sull'importazione di beni in Svizzera in modo da disincentivare gli acquisti non alimentari oltrefrontiera (vedi articolo suggerito).
Il presidente dell'Associazione Mario Tamborini aveva sostenuto che questa misura avrebbe potuto aiutare "non solamente il Ticino, ma anche altri Cantoni di frontiera, che stanno soffrendo come noi, se non di più, le differenze di prezzo rispetto ai vicini mercati dell'Unione europea". L'idea ha diviso i cittadini tra favorevoli e contrari. Visto che la questione potrebbe approdare a Berna, abbiamo girato la domanda a due consiglieri nazionali di casa nostra.
“Se ne può parlare - ha affermato il deputato Lorenzo Quadri - Il loro obiettivo è rendere più difficile la spesa transfrontaliera ma bisogna considerare anche le franchigie nell’altro senso”.
Per il consigliere nazionale leghista il problema non si risolve con una soluzione unidirezionale: “Oltre a disincentivare la spesa oltreconfine bisogna incentivare la spesa locale. Spesso chi va a fare la spesa in Italia lo fa per necessità finanziarie”. Occorre quindi operare “su due piani”: Quadri non esclude la riduzione della franchigia sull'importazione ma bisogna anche operare sui prezzi nel nostro Cantone.
“Se la grande distribuzione iniziasse a operare sui prezzi dei generi di prima necessità (dove le differenze sono molto importanti), ad esempio, la situazione potrebbe migliorare" ha concluso Quadri. "Spesso chi va in Italia a fare la spesa per gli alimentari, già che c’è acquista anche altri beni, pur se la differenza di prezzo con la Svizzera non è così marcata”.
Il problema sollevato dai commercianti è condiviso anche dal consigliere nazionale PPD Fabio Regazzi: “Sappiamo che nel Canton Ticino e nelle zone di frontiera la questione degli acquisti oltrefrontiera rappresenta un problema che sottrae diverse opportunità ai commerciati. La Svizzera è definita una sorta di ‘isola dai prezzi elevati’, che sono dati da alti costi fissi, dazi e balzelli”.
Ovviamente se in Svizzera i beni costassero meno vi sarebbe meno stimolo ad acquistarli oltrefrontiera, ma anche disincentivare questa pratica potrebbe essere un punto di partenza: “Non una panacea di tutti i mali – avverte Regazzi – servirebbe una soluzione più a 360 gradi. Diciamo che è un tassello di una soluzione più complessa”.
Per il deputato popolare democratico, ad esempio, anche una maggior flessibilità nell’apertura dei negozi potrebbe aiutare. “Non sarebbe un obbligo. Attualmente abbiamo delle regole molto, troppo ferree ma non dimentichiamo che dobbiamo assolutamente salvaguardare la nostra competitività. Anche i lavoratori ne beneficerebbero”.
“In un momento come questo, vedi i risultati del commercio all’ingrosso e al dettaglio, non sarebbe male adottare qualche provvedimento per disincentivare questo tipo di acquisti. Possiamo fare appello al senso di responsabilità di chi beneficia di un salario svizzero chiedendo di spendere 'in casa', ma anche la soluzione proposta dai commercianti ritengo possa aiutare, ma la userei in modo flessibile. Ad esempio se l’euro dovesse riprendersi, la si potrebbe congelare. Richiederebbe un aumento della burocrazia ma la vedo fattibile”.
Ai commercianti sono arrivate molte critiche sui prezzi troppo elevati, ma Regazzi replica richiamando l'attenzione sugli alti costi fissi e sulla concorrenza sempre maggiore del commercio online. "È una grande sfida e dobbiamo restare al passo con i tempi”.
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